Se dovessimo portare avanti i nostri piani di vendetta – e fare il proverbiale occhio per occhio – il mondo diventerebbe cieco, diceva Mahatma Gandhi. L’alternativa quindi è il perdono: alternativa non immediata e nemmeno facile. Come mai qualcosa che ci porta la pace – lasciar andare le offese – non è per niente spontaneo e naturale? Come mai la vendetta sembra essere la prima risposta che ci viene in mente automaticamente?

Il lato oscuro dell’empatia

Forse è il nostro desiderio di vedere il nemico soffrire le stesse pene che abbiamo sofferto noi – una sorta di lato oscuro dell’empatia – per sentire che c’è una giustizia che distribuisce a tutti uguale sofferenza. Una delle cose che tormenta di più, infatti, è l’idea che chi ci ha fatto male sia indisturbato e felice. È un’idea. Molto spesso questa idea ne nasconde un’altra: abbiamo perso. Poiché abbiamo sofferto e questo è un segno distintivo del fatto che abbiamo perso. Più che una vendetta cerchiamo un pareggio o una rivincita: facciamo fatica all’idea di essere stati in una competizione e di non essere arrivati primi. Dietro alla vendetta c’è, molto spesso, una sorta di iper-competizione che non è facile da riconoscere e nemmeno da disattivare. Eppure, sotto sotto, le cose stanno proprio così: siamo iper-competitivi e non ammettiamo la possibilità di aver perso in qualcosa.

Mille modi di dire perdono

Il tema del perdono è al cuore della spiritualità cristiana e gli esempi evangelici sono moltissimi. Vanno da “porgi l’altra guancia” a “Signore perdonali perché non sanno quello che fanno”. Nella tradizione buddista il tema è affrontato diversamente perchè la risposta sta nel Karma: le nostre vite future porteranno i segni degli errori compiuti in questa vita e quindi esiste una giustizia che pareggerà quello che adesso è stato un torto, con una difficoltà futura. Ciononostante molti insegnanti di Dharma americani affrontano il tema del perdono. Lo fanno per una ragione semplice: perchè l’avversione e l’odio offuscano la mente e riducono la consapevolezza. Lo fanno attraverso la pratica di gentilezza amorevole, o Metta in pali.

Il rumore interno del conflitto

I conflitti che viviamo, sia con nemici esterni, sia come conflitti tra parti di noi, sono alla base dell’esperienza dell’ansia e dell’inquietudine. Spesso i nemici esterni sono sosia dei nostri nemici interni. Vorremmo fare una certa scelta ma non ce lo permettiamo? incontriamo qualcuno che assomiglia a come saremmo (secondo noi) se avessimo fatto quella scelta e, chissà perché, scoppia un conflitto proprio con quella persona. I nostri conflitti interiori spesso sono inevitabili: la vita che facciamo assomiglia a quella che vorremmo fare ma non è scevra da compromessi, conflitti, complessità che danno vita a sentimenti misti. Ogni sentimento misto accende un conflitto e ogni conflitto ha un suono interiore: è quello che ci sveglia la notte o che ci fa contrarre i muscoli attivati dalla tensione aggressiva. Insomma poche illusioni: nessuno di noi è libero da conflitti interni e, purtroppo, nemmeno da conflitti esterni. La differenza sta nel passaggio successivo: trasformiamo in nemico il nostro interlocutore esterno? Siamo auto aggressivi e svalutanti verso di noi?

L’ha perdonato?

Questa è, credo, una delle domande più inopportune che conosco: “L’ha perdonato?”. In genere viene fatta poche ore dopo che un evento traumatico è accaduto. Il perdono raramente è un atto immediato: è molto più un processo che ristabilisce la pace. Un po’ come dopo una tempesta in mare: passa qualche tempo prima che l’acqua torni trasparente. Il perdono è la stessa cosa: richiede il riconoscimento del nostro dolore, l’intenzione di lasciar andare il rancore e un progressivo ri-aprirsi del cuore che è stato chiuso nel momento in cui qualcosa ci ha ferito. In alcuni casi richiede anni. Come facciamo a sapere se abbiamo perdonato? Incontrando la persona che ci ha ferito. Ci rendiamo subito conto di cosa è successo davvero e di quali sono stati i segni che lo scontro ha lasciato. Anche perché, molto spesso, per evitare di affrontare il rancore, evitiamo di incontrare la persona.

Vale la pena perdonare?

Vale la pena fare la fatica di perdonare? Sì, vale la pena ma non per l’altro. Vale la pena per noi perchè il primo danno il rancore lo fa a noi stessi. Comporta una quota di isolamento, solitudine, chiusura e rabbia perchè altera la qualità delle nostre relazioni sociali. Inoltre sbagliamo tutti e se non siamo capaci di perdonare gli errori degli altri non saremo capaci nemmeno di perdonare i nostri. E questa incapacità a tollerare errori e fallimenti, alla lunga è un bel problema! Il perdono, come dice Jack Kornfield, è lasciar andare la speranza di un passato migliore. Cerchiamo di riparare e correggere qualcosa che non è modificabile. Perdonando però ci diamo sicuramente un presente più sereno.

Il perdono riguarda la nostra relazione con il passato. Quando iniziamo il lavoro del perdono facciamo primariamente una pratica rivolta a noi. Gina Sharpe

Fatti personali

Non credo molto nelle dichiarazioni pubbliche di perdono. È un processo così intimo che mi sembra impossibile aver voglia di renderlo pubblico; non tutti però funzioniamo così. Vero è che, per me, perdonare è una nota quotidiana. (Il che vuol dire che sono piuttosto incline ad arrabbiarmi più che incline alla santità!). Me lo ricordo ogni giorno attraverso tre aree di attenzione: la tensione del corpo, la morbidezza del cuore e l’apertura della mente. infatti quando siamo arrabbiati il corpo tende ad essere contratto, la mente tende ad avere proliferazione mentale con pensieri di biasimo e squalifica e il cuore tende ad essere un po’ insensibile. Se mi accorgo che in una di queste tre aree sta succedendo qualcosa, provo a praticare. Perchè prevenire è meglio che curare. Per questa ragione Thich Nath Hanh dice di non andare mai a letto senza aver risolto la rabbia. Un consiglio da seguire perchè è la rabbia che non è stata sciolta che alimenta il desiderio di rivalsa e una eccessiva punitività. Se affrontiamo subito chi o cosa ci ha fatto arrabbiare abbiamo buone probabilità di non dover ricorrere al processo del perdono perchè avremo subito compreso cosa c’era da fare. Inoltre questa tempestività permette al nostro orgoglio di non alimentare una iper-reattività. Perché il vero nemico da combattere – quando si tratta di perdonare – è l’orgoglio.

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio Photo by Icons8 team on Unsplash

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