Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel ventostelo

soffiato ebrietudine di vita,

ma qualcosa lo tiene a terra,

una lunga pesante catena d’angoscia che non si dissolve.

Allora mi alzo dal letto

e cerco un riquadro di vento

e trovo uno scacco di sole

entro il quale poggio i piedi nudi.

Di questa grazia segreta

dopo non avrò memoria

perché anche la malattia ha un senso

una dismisura, un passo, anche la malattia è matrice di vita.

Ecco, sto qui in ginocchio aspettando

che un angelo mi sfiori leggermente con grazia,

e intanto accarezzo i miei piedi pallidi

con le dita vogliose di amore.

Alda Merini

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