In genere faccio attenzione al titolo che scelgo per le mie attività: è un po’ come dare il nome ad un bambino. Per me serve a delineare il progetto. Per le persone ad orientare la scelta. Anche se, molto spesso, la scelta non è vincolata dal tema ma dal desiderio di lavorare su di sé.

In questo caso però è successo qualcosa di singolare e divertente (almeno per me). Il ciclo di gruppi terapeutici quest’anno si intitola “Andare oltre la paura di vivere” ma quando le persone si sono iscritte sono arrivati titoli cambiati. Andavano da “Andare oltre la paura della morte” a “Andare contro la paura di vivere”a “Non avere più paura” fino a “Senza paura”. Insomma ho capito così che il titolo aveva già iniziato a funzionare e ognuno l’aveva ribattezzato per renderlo più vicino ai propri bisogni.

Il sentiero dei senza paura

Nella tradizione Shambala, di cui fa parte Pema Chodron, l’illuminazione si raggiunge quando si arriva ad essere senza paura perché, dice Pema, ci vuole coraggio a stare seduti, fermi e incontrare qualunque cosa emerga. Richiede coraggio andare oltre il nostro modo abituale di considerare le cose e noi stessi. Magari ci riteniamo persone spiritualmente evolute. Poi ci sediamo e passiamo ore a vedere le nostre ossessioni, i nostri desideri, le nostre dipendenze: ecco perchè ci vuole coraggio per guardare questo panorama senza scappare come facciamo di solito. Arriviamo ad un punto di svolta, come se fosse la sommità di una collina o di un monte e sappiamo che stiamo entrando in qualcosa di sconosciuto, che dobbiamo andare oltre le nostre rigidità del corpo e del pensiero. In quel momento possiamo riconoscere la natura intima della paura: per qualcuno è la paura della morte, per qualcuno è il bisogno di lottare. Per altri è la paura di sbagliare oppure la paura dell’intimità, una delle paure più diffuse. Passiamo da una visione ristretta, limitata – piena di paura – ad una visione aperta in cui lasciamo la nostra paura alle spalle.

Essere pienamente umani: essere liberi dalla paura

Ci diciamo che essere liberi, non aver paura, costa troppo e non guardiamo mai a quanto ci costa vivere in una dimensione limitata di noi, come se quello fosse gratis. Come se il mantenimento della paura fosse senza costi: non è così. Mantenere le nostre paure ha un prezzo alto: vuol dire limitare le nostre possibilità. Non essere noi stessi ma una versione ridotta, tascabile, della nostra vita.

Per essere pienamente noi stessi abbiamo bisogno di guadagnare libertà dalla nostra paura non negandola, non considerandola un errore ma guardandola come faremmo con un compagno di viaggio accanto a cui camminare. Un compagno difficile perché ci farebbe rimanere sempre fermi e, invece, lo invitiamo ad accompagnarci, rimanendo aperti e attenti rispetto a quello che emerge. La paura non è più una scusa per scappare ma è un movimento in cui ci invitiamo a conoscere ciò che le dà forma. In aggiunta a questo dobbiamo riconoscere che la paura è inevitabile ed essenziale per permetterci di sviluppare fiducia e forza interiore.

Ma cosa facciamo quando abbiamo paura? Spesso guardiamo nel posto sbagliato.

Guardare nel posto sbagliato

Forse potrei dire che la mia biografia è disegnata da ciò che ho cercato nel luogo giusto e da ciò che ho cercato nel luogo sbagliato. Tutti i luoghi sbagliati erano luoghi in cui pensavo che sarei stata al sicuro mentre tutti i luoghi giusti sono stati luoghi in cui ho corso un rischio: il rischio squisito di crescere. In qualche modo la paura mi rendeva dipendente – dipendente dall’approvazione, dall’accettazione degli altri – e invece, la fiducia mi rendeva più forte e più libera. Se ci sono stati ostacoli nella mia vita sono tutti ostacoli che ho messo io, cercando sicurezza nei posti sbagliati, nelle relazioni sbagliate. Rimanevo credendo che fosse tenacia ed invece era paura di andarmene. Non mi rendevo conto che quello era un modo – improprio – di fare i conti con la paura: evitavo. Spesso abbiamo semplicemente evitato di vivere per evitare di incontrare la paura. Quel tipo di sicurezza costa troppo caro. Forse, proprio perché sono passati gli anni, il rischio mi sembra sempre più piccolo della paura. Il rischio di non vivere per paura mi sembra sempre più insopportabile.

L’illusione della sicurezza e la solidità

Mi sono accorta che della mia illusione di sicurezza faceva parte un modo di pensare rigido. Più o meno mi dicevo che se avessi realizzato un certo obiettivo, poi sarebbe successo questo e poi quello e poi quell’altro e poi sarei stata felice. Come se la felicità si trovasse in cima ad una scala fatta di passi e di ab-negazione: ossia negazione di me. In realtà le cose sono mobili e quello che oggi sembra funzionare, domani, quando l’avrai raggiunto, potrebbe non funzionare più. Non possiamo dare per scontato che esista una sicurezza certa. Abbiamo però bisogno di avere fiducia nella nostra forza interiore. Questa era la fiducia che mi mancava e mi faceva percepire tutto più faticoso e spaventoso di quello che era davvero. Mi faceva aggrappare a dei sostegni che non erano veri sostegni o che chiedevano un pegno troppo alto. Assomigliavano al patto con il diavolo di Dorian Gray.

Ho incominciato ad avere meno paura quando ho cominciato a coltivare la fiducia e la forza interiore. Questo è quello che oggi mi sembra l’unica seria forma di sicurezza. Fidarsi di sé stessi e della propria forza interiore e trovare un modo per coltivarla.

Coltivare la fiducia

Non è automatico avere fiducia. È qualcosa che possiamo coltivare, coltivare attraverso la pratica di mindfulness, per esempio. Significa aumentare la consapevolezza che le cose cambiano, che noi cambiamo ma questo non significa che cadremo a pezzi. La paura fa parte della crescita. La fiducia non significa credere che le cose andranno bene per forza: significa credere che possiamo rimanere aperti senza entrare in schemi difensivi che ci chiudono e costruiscono una ripetizione del passato. Passare dall’essere rigidi all’essere flessibili, nel corpo e nella mente. Capaci di una trasformazione fluida.

Il presente può essere in moltissimi modi: duro o morbido, felice o infelice ma il punto è che se abbiamo una esperienza diretta della realtà, se accettiamo di riconoscere la nostra paura, possiamo andare oltre alla paura senza lottare, senza sforzarsi perché abbiamo fiducia che potremo attraversare la paura e andare oltre, al panorama aperto che c’è oltre la nostra paura di vivere. Che non è la paura di una cosa precisa: è la paura dell’infinito, della vastità, dell’imprevisto. È toccare l’immediatezza della nostra esperienza così com’è e rimanere in contatto con questa immediatezza senza scappare o senza dissociarsi. È stare nell’immediato, senza scappare, che costruisce forza e fiducia. È stare grounded e flessibili.

La paura di fallire

Per tanto tempo non ho capito perché Lowen parlasse sempre del suo fallimento: io lo vedevo come una persona pienamente realizzata. Mi sembrava assolutamente incomprensibile il suo fare continuamente riferimento al fallimento.Poi, qualche mese fa, ho pensato esattamente la stessa cosa di me. Ho pensato che sotto molti punti di vista avevo fallito e, nello stesso tempo, proprio nel momento in cui mi accorgevo di aver fallito e di non avere quindi più nulla da perdere, avevo fatto le scelte migliori. Avevo smesso di cercare le cose nel posto sbagliato – fuori di me – e avevo iniziato a cercarle nell’unico posto dove potevo trovarle davvero: dentro di me. Nel momento in cui non avevo nulla da perdere avevo fatto scelte che prima avevo lungamente rimandato, per paura. Per paura di perdere, stavo perdendo la mia direzione. Nel momento in cui ho accettato di aver perso e ho smesso di lottare per vincere, ho ritrovato la strada di casa.

Il fallimento ha sempre avuto un effetto positivo su di me, è stato il mio migliore maestro: mi ha costretto a fermarmi e a considerare il mio comportamento autodistruttivo.Mi ha dato la capacità di cominciare da capo con tutta la vitalità e l’entusiasmo che comporta un nuovo inizio. Accettando il fallimento mi sono liberato dalla lotta per superare il senso interiore di fallimento. Accettare il fallimento non è sintomo di rassegnazione, ma di accettazione di sé. Accettare il fallimento libera l’energia legata alla lotta per il successo e l’auto-affermazione, rendendo cosi possibile la crescita. Alexander Lowen

La separazione

Quando è morta la mia analista ho provato un lutto simile a quello che si prova quando si perde un genitore. Forse di più perché era un lutto indicibile. Non puoi dire “sono depressa perchè è morta la mia analista“. Solo Woody Allen ti capirebbe. Eppure era così e quella perdita mi ha insegnato una cosa: che avevo delegato a lei la mia crescita. Senza di lei dovevo crescere io. Ecco perché amo tanto la psicoterapia di gruppo: perché è una condizione in cui le persone sono di fronte alla propria responsabilità di crescita. Non sono nell’abbraccio caldo della seduta, in cui nascondersi è facile. Sono aperte all’incontro con l’altro e alla realtà dell’incontro con l’altro, con tutta la sua forza dirompente. Ho capito che quell’amore mi aveva tenuto legata. Non era lei che non mi lasciava libera: ero io che, per amore di lei, non me ne andavo. La sua morte non mi ha lasciato scelta. Ho capito che anche lì c’era stato un fallimento. Avevo mancato di rendermi autonoma e adesso dovevo farlo. Non avevo raggiunto la mia immagine di perfezione. Eppure con le mie toppe avevo più felicità di quanto ne avessi mai avuta prima, quando credevo che, per essere felici bisogna essere perfetti. Per essere felici – oggi mi dico – non bisogna avere paura.

In un certo senso, ogni terapia che ha successo si conclude con un fallimento. Non si raggiunge la propria immagine di perfezione. Il paziente si rende conto che avrà sempre dei difetti. Sa, tuttavia, che la sua crescita non è terminata e che il processo creativo iniziato in terapia è adesso sotto la sua personale responsabilità. Non termina la terapia camminando su una nuvoletta. Chi lo fa è destinato alla ricaduta. Chi invece rimane con i piedi per terra, ha imparato ad apprezzare la realtà e ha sviluppato un atteggiamento creativo verso i problemi che incontrerà. Ha sperimentato la gioia, ma anche il dolore. Se ne va con un senso di auto-realizzazione che comprende il rispetto per la saggezza del suo corpo. Ha riguadagnato il suo potenziale creativo. Alexander Lowen

© Nicoletta Cinotti 2020

Andare oltre la paura di vivere

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