Questo è un post dedicato a chi, come me, lavora in proprio: siamo una marea crescente. Per tante ragioni: perchè è difficile trovare un lavoro a tempo indeterminato, perchè aspettiamo l’ispirazione. Perché lavoriamo come matti per avere un’assunzione, perchè abbiamo preferito camminare in solitaria, perchè siamo creativi e non ammettiamo troppe regole. Perchè ci piace inventare il nostro lavoro. Perchè siamo disorganizzati e, da soli, la nostra disorganizzazione non disturba nessuno.

Perchè abbiamo orari strani, perché lavoriamo come matti anche senza avere un’assunzione e perché, a volte, un po’ matti lo siamo davvero. Perché ci piace sognare in grande e perché prendevamo brutti voti a scuola, Oppure prendevamo bei voti ma ci dicevano che avremmo dovuto domare il nostro carattere. Perché eravamo teste calde e perché abbiamo sangue freddo quando – come ora – dobbiamo pagare le tasse. Perchè Ikea è il nostro rifugio quando siamo depressi e quando iniziamo qualcosa di nuovo. Per tutte queste ragioni e anche perché le organizzazioni sono, molto spesso, come una famiglia difficile. Una famiglia in cui ti amano solo a condizione che tu sia come vogliono loro. Una famiglia in cui ogni differenza suscita sospetto, invece che apprezzamento. Una famiglia in cui i genitori invecchiano ma pretendono di comandare come se fossero eterni e soprattutto pretendono che i figli non crescano mai.

Le organizzazioni spesso si assomigliano: non sanno apprezzare la creatività, non sanno riconoscere i tuoi lati positivi e metterli al servizio del gruppo. Temono l’originalità come la peste. Sanno controllare attraverso la svalutazione, la competizione e una imperscrutabile logica di premi e punizioni. C’è sempre una ragione per cui non vai bene e non hai fatto abbastanza anche se, dal tuo punto di vista, hai fatto anche troppo. Hai fatto tutto quello che potevi fare.

Nelle famiglie difficili le patologie – fisiche e psichiche – abbondano. È lo stesso anche nelle organizzazioni malate. Perchè la malattia è contagiosa. Allora scegliamo di essere freelance, professionisti liberi (e inseguiti dal fisco) perchè alla fine amiamo il nostro lavoro, crediamo di non essere male. Crediamo di avere qualcosa da dire. E la solitudine non ci fa paura: è solo uno dei tanti sentimenti che un adulto prova. E non vogliamo rimanere figli ribelli a vita.

Ho fatto pace con la mia famiglia d’origine: ho imparato a curarli, amarli e rispettarli. Ho imparato ad avere paura che se ne vadano e a gustare il tempo passato insieme. Non so se riuscirò mai a fare parte in modo stabile di una organizzazione: rimarrò una visitatrice, curiosa e temporanea. Pronta ad offrire il suo lavoro e a chiudere tutto in una borsa a fine giornata. Sono una nomade professionale.

Alla fine preferisco la ricchezza del non sapere e la sua creatività: non dare per scontato che un progetto vada avanti, che una collaborazione cresca, che qualcosa a fine mese arrivi con certezza mi aiuta a prestare attenzione. A dare attenzione ad ogni giornata come se fosse quella decisiva per il mio lavoro: non è così forse ma io sono così.

Alla fine ci rendiamo conto che non sapere cosa fare è altrettanto reale e utile quanto sapere cosa fare. Non sapere ci impedisce di prendere direzioni false. Non sapendo cosa fare, iniziamo a prestare molta attenzione. Proprio come le persone perse nel deserto, su una scogliera o in una tormenta, prestano attenzione con una sorta di acutezza che non avrebbero se pensassero di sapere dove erano. Perché? Perché per coloro che sono veramente persi, la loro vita dipende dal prestare attenzione reale. Se pensi di sapere dove sei, smetti di guardare. David Whyte

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro oppure la meditazione FB alle 7,30

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio

Photo by Meriç Dağlı on Unsplash

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