Questo articolo è la traduzione di un insegnamento di Sakyong Mipham Rinpoche pubblicato su Elephant Journal

Nella meditazione siamo in un viaggio da qui a qualunque cosa stiamo cercando di sviluppare, che sia consapevolezza, pace o compassione. Coltiviamo l’abilità di avere un’esperienza più piena delle nostre vite. Via via che approfondiamo la nostra comprensione e abbiamo intuizioni, si accumulano residui, che in Tibetano vengono chiamati “dons”, o “ostacoli”. Un ostacolo è qualcosa che si contrappone alla nostra intenzione. Se, mentre siamo seduti in meditazione, con l’idea di essere di beneficio agli altri, realizziamo di star pensando al nostro lavoro, la nostra intenzione, inconsapevolmente, è stata deviata. Non siamo più sulla strada che volevamo percorrere.

La difficoltà sta nel fatto che non sappiamo sempre quando sorgerà un ostacolo. Per individuarli, dobbiamo conoscere la nostra mente e la nostra intenzione. Il punto è quindi essere vigili quando pratichiamo. Mentre stabilizziamo la nostra mente in meditazione, qualunque imperfezione del nostro carattere si fa più nitida. Con consapevolezza, possiamo portare la nostra autenticità ad ogni ostacolo che fronteggiamo. L’intenzione è importante.

Il primo ostacolo è la fama

Il primo ostacolo è la fama. Se c’è un po’ di ambizione per la fama, questa può rafforzarsi. Vi potete ritrovare non a praticare per la vostra pace o il benessere degli altri, ma per cercare di venir riconosciuti come saggi, persone spirituali che meditano molto.

C’è anche il don dell’ambizione. Se l’ambizione prende piede, la mente inizia ad inseguire il guadagno e la perdita esterne. Anziché meditare, vi focalizzate sul lavoro, sulle relazioni o sulla prossima vacanza. L’ambizione è un segnale che ci mostra come stiamo cercando di placare la nostra sofferenza cercando di pensare a qualcosa d’altro che ci renderà felici. Questo approccio è ego centrato e aggressivo, non si arriverà mai a placare questa sofferenza, anzi, sarà un modo per alimentarla.

Il secondo don (o ostacolo) è l’orgoglio

Il prossimo “don” è l’orgoglio o arroganza. Ci sono due tipi di orgoglio. Il primo è la fiducia in sé stessi, nella propria natura di buddha [i tratti essenziali dell’essere umano, la potenzialità insita di risveglio n.d.t]. A questo tipo di sicurezza si accompagna un naturale senso di vitalità e trasporto. Con il secondo tipo di orgoglio – quello ordinario, l’ostacolo dell’orgoglio – più pratichiamo e più la mente resta ordinaria. In aggiunta, mentre pratichiamo, possono sorgere domande e dubbi sui traguardi degli altri, che si parli di altri praticanti o dell’insegnante. La nostra mente si riempie di digressioni sui risultati altrui perché non arrivano a noi. Per proteggere la propria ordinarietà emerge un’arroganza denigrante nei confronti degli altri.

Il don della pigrizia

Il prossimo don è proprio la buona e vecchia pigrizia. Ci sono ovviamente svariate categorie di pigrizia. Le più esterne – la pigrizia comune, lo sconforto e i troppi impegni – ci impediscono di sederci sul nostro cuscino. C’è anche la pigrizia nel senso di non impegnarsi nella pratica, svalutarla, pretendendo tuttavia dei risultati. Siamo lì, ma non realmente, e tant’è stiamo ancora a pretendere qualcosa. Se ci sentiamo pigri, anche se magari riusciamo a sederci sul cuscino, passeremo la sessione ad evitare di applicare la tecnica scelta. Ci manca anche l’energia per sederci dritti, non riusciamo a praticare in maniera adeguata.

Il don della meditazione delirante

Poi c’è il don della meditazione delirante. Questa “meditazione dello stupido” non si basa sulle istruzioni di un insegnante o su un appropriato oggetto di contemplazione, ma su un vostro miscuglio personale, una vostra piccola creazione. Non potete sapere cosa state facendo proprio perché ve lo state inventando nel momento.

Un altro don è l’invidia, e potremmo includere anche la lamentela. Con questo ostacolo non siete realmente focalizzati sul vostro sviluppo. Smettete di lavorare sui vostri difetti e diventate invidiosi di altri. In particolare, incominciate a incolpare gli altri per le vostre mancanze. Il problema del biasimo e della lamentela è che porta a più biasimo e più lamentele. È un circolo infinito; nutre un senso di continua insoddisfazione. Quando la nostra mente si infila in un loop del genere non riusciamo più a vedere il nostro percorso.

Potremmo considerare i dons, gli ostacoli, come puramente psicologici, ma comunque si manifestano e non sono eventi isolati. Ne arriva uno e altri lo seguono a ruota – sanno come assemblarsi insieme. Anche quando l’ostacolo è molto forte è importante continuare a meditare. La paura ci può paralizzare. Potremmo essere seduti a immaginare che l’ostacolo sparisca, senza realizzare che in realtà dobbiamo ingaggiarlo. Dobbiamo uscire dalla paura dell’ostacolo e iniziare a fare qualcosa.

Se state scalando una montagna e trovate una roccia, dovete muoverla, girarci attorno, arrampicarvi. Se siete già in cima alla montagna la roccia sta dietro di voi, quindi non ha importanza. Tuttavia, se state meditando e pretendendo di essere già in cima alla montagna quando in realtà siete ancora sul sentiero, la roccia bloccherà comunque la vostra strada. Dovete relazionarvici.

Non dovremmo essere imbarazzati o sconvolti se notiamo sorgere l’orgoglio o l’ambizione. Possiamo notare gentilmente “Hmm, è interessante che è successo”.

La dolcezza verso se stessi

La dolcezza verso sé stessi è molto importante. Significa non aggressività, che è il modo migliore per continuare il vostro viaggio. Gli ostacoli sorgeranno, dobbiamo conoscere come lavorarci insieme. Una volta stavo parlando con Dilgo Khyentse Rinpoche, il mio insegnante di meditazione. Disse “Rinpoche, rilassati”. Essenzialmente stava dicendo “Farai questo per tutta la tua vita, ci sarà un’altra occasione!”.

Per sviluppare virtù o bontà, è chiaro sia necessario conoscere anche cos’è l’opposto. Osservare i nostri ostacoli ci concede quest’opportunità. Il primo antidoto agli ostacoli è il riconoscimento. È importante riconoscere la loro essenza naturale. Dobbiamo portare attenzione: “Che cosa sto facendo? A cosa sto pensando?”. Non dovremo né rimanere shockati né imbarazzati nel notare il loro sorgere. Possiamo notarli con gentilezza e pensare con interesse all’averlo notato. Questo è coraggio: riconoscere quello che succede e fronteggiarlo.

L’intenzione come antidoto

Il secondo antidoto è ritornare alla propria intenzione, spesso sentita come un cuore triste e bramoso che ci porta a realizzare “Questo momento è prezioso. La vita è corta. Tutto è instabile. La mia buona sorte è incredibile”.

La terza istruzione è molto semplice – seguite le istruzioni del vostro insegnante. La meditazione è un lungo viaggio. Non potete essere contemporaneamente  insegnante e studente. Pensare “Io sono l’insegnante e lo studente” è l’ostacolo delirante, vi state creando la vostra soluzione. Se l’istruzione dell’insegnante di riportare attenzione al respiro o ad un altro oggetto non è abbastanza forte come antidoto e la mente continua a vagare, è il caso di focalizzarvi sulla vostra intenzione di meditare.

Correre una maratona è una buona metafora per la meditazione. Quando si corre una maratona, si raggiunge un momento in cui è davvero difficile, ma si resta lì e si respira. Non si pensa molto a se ce la si farà o meno. Poi il corpo si rilassa e si trova un diverso livello di fatica. Finire è un piccolo miracolo – e quello che ha permesso che accadesse è stato semplicemente stare.

Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2014/08/obstacles-on-the-path-a-teaching-by-sakyong-mipham-rinpoche/

Traduzione: Niccolò Gorgoni Foto di ©*G@bry* ©Paolo Cappelletto

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