Paola Iaccarino Idelson

Questa è la mia storia

Uno dei miei primi ricordi è di me a 2-3 anni in braccio a mia madre, la sera, attorno al tavolo dove cenavamo, ad ascoltare e osservare tutto quello che dicevano i grandi, fratelli, genitori e loro amici. Ero curiosissima e soprattutto volevo esserci. I miei fratelli, tutti più grandi, pian piano andavano a dormire, ma io non potevo perdermi neanche una risata, uno sguardo, l‘ultima barzelletta che i grandi si raccontavano. E questo succedeva sempre intorno al tavolo, in cucina. La mia maestra delle elementari mi chiamava, guarda caso, “prezzemolino in ogni minestra” perché dovevo sempre partecipare, osservare, ascoltare, esserci.

  • Allegria 90% 90%
  • Energia 90% 90%
  • Passione 100% 100%
  • Curiosità 90% 90%
Mia madre mi lasciava mangiare quanto e come volevo. E io, molto spesso, non volevo. Ma non era un problema. Lei non amava cucinare, per lei il cibo era qualcosa che prima o poi dovevamo mangiare per sopravvivere.  Poi è arrivata la mia prozia a vivere con noi e con lei ho conosciuto i pranzi completi, preparati con amore e semplicità. Grazie a questi due modelli così diversi ho sviluppato la mia relazione con il cibo, mediamente equilibrata, ma soprattutto fatta di essenzialità. Ho subito colto l’intimità della relazione con il cibo. Probabilmente è per questo che dall’età di 14 anni ho sempre desiderato occuparmi di alimentazione, della parte più essenziale dell’alimentazione. A quell’epoca pensavo che questo significasse lavorare per la sopravvivenza dei bambini che muoiono perché non hanno abbastanza da mangiare. Anche perché nutrirsi è il modo primordiale per esserci. Mangio dunque sono!

E da lì è iniziato il mio articolato percorso alla ricerca di una formazione in grado di darmi quello che io cercavo. Mi sono laureata in Scienza biologiche, perché gli alimenti sono fatti di molecole e la chimica è parte fondamentale di questa scienza. Ma non mi è bastato. Quello che mi interessa sono le relazioni, sono le persone e quindi sono andata a Londra dove ho conseguito un Master in Antropologia culturale con una tesi sull’agricoltura urbana come mezzo di sostentamento in Costa d’Avorio. Da lì ho alternato periodi di lavoro a periodi di studio, che non è mai finito. Ho lavorato all’università, prima come antropologa dell’alimentazione, poi come nutrizionista, essendomi nel frattempo specializzata in Scienza dell’Alimentazione alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Adoro la clinica, perché, come si è capito, mi piacciono le relazioni umane, ma adoro anche progettare interventi di salute pubblica, perché credo fermamente negli interventi di comunità. Ho avuto la fortuna di lavorare sia in pediatria, occupandomi dell’ambulatorio di obesità infantile, sia al dipartimento di sanità pubblica dove, tra l’altro, ho concluso il Dottorato in Scienza dell’alimentazione e della nutrizione.

Anche se non amo scrivere ne capisco l’importanza e quindi mi sono forzata a pubblicare almeno un articolo scientifico dopo ogni di ciclo di studi o di periodo lavorativo.

Amo insegnare, invece, adoro pensare che tutto quello che ho studiato possa servire ad altri. Quando vengo invitata a fare docenze a master universitari, o a corsi di perfezionamento, mi piace far capire ai futuri nutrizionisti le valenze culturali, psicologiche e politiche del cibo; nei convegni di pediatri mi interessa rendere visibile la valenza educativa del cibo e ai corsi di formazione per psicologi ricordo che il cibo ha anche una essenziale valenza nutritiva. Quello che mi piace di più è trasmettere la complessità di tutto ciò!   

E’ per questo che ho fondato, insieme a una cuoca, Marina Mosca, il Centro di Alimentazione Consapevole, il cui scopo principale è quello di gettare semi di consapevolezza riguardo a quello che mangiamo, all’impatto ambientale, etico, politico di quello che scegliamo di mangiare, quanto possiamo essere partecipanti attivi e come possiamo star bene in salute attraverso le nostre scelte alimentari.

Questo lungo percorso ha trovato la sintesi nella formazione in Mindful Eating (alimentazione consapevole, appunto), che mi ha dato la possibilità di mettere assieme quello che vi ho raccontato con l’altro aspetto della mia formazione e della mia vita: la passione per l’esperienza del corpo in tutte le sue forme, dal respiro, alla danza. Mi piace sentire il corpo che si muove, preferibilmente a suon di musica. Amo tutte le forme di ballo, che periodicamente pratico. Non mi soffermo su nessuna di queste, perché sono troppo curiosa e perché in ogni forma di ballo e di movimento trovo sensazioni che mi piace sperimentare e assaporare. Sono passata dallo yoga (la costante della mia vita) alla danza del ventre, allo swing, ma anche al nuoto, alla corsa. Ho ricavato piacere perfino dalle camminate sul tapis roulant, che ho usato come forma di meditazione. Negli anni ho imparato che la meditazione è un’esperienza molto corporea e come tale la utilizzo. Ed è per questo che ho seguito un corso di counselling a indirizzo psico-corporeo secondo il sistema Rio Abierto, che utilizza il movimento con la musica, il massaggio e la meditazione come strumenti di cura. D’altronde, anche l’alimentazione è un’esperienza del corpo. E così il cerchio si chiude. Per ora.

Paola

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