C’è una frase di Lowen che amo tantissimo. Te la cito a memoria ma il succo è fedele “Nell’armamentario terapeutico c’è posto per ogni tecnica. Tutte funzionano qualche volta. Nessuna funziona sempre. Ma quello che conta è il modo con cui consideriamo i processi vitali e noi stessi”. È una frase che amo molto perché invita all’apertura. Troppo spesso nella cura i professionisti diventano seguaci e applicano solo le pratiche che rientrano nella teoria del proprio approccio. Succede così un fenomeno paradossale: il paziente deve adattarsi a guarire secondo il metodo del curante.
E se, invece, invertissimo la logica e fossero i curanti che cercano di avere più strumenti per curare meglio? Sarebbe rivoluzionario perché, invece che fare una scuola di psicoterapia – che è tanto costosa da chiedere poi fedeltà al suo metodo – dovremmo fare più esperienze formative al di fuori della scuola di psicoterapia. Ecco perchè, nell’approccio ACT, la scelta è stata quella di non strutturarsi come scuola di psicoterapia, anche se molte scuole di psicoterapia integrano questo approccio nel proprio training formativo. Perché è una tecnica, un modo di guardare al panorama interno, che può essere utilizzato da qualsiasi approccio. Non funziona sempre ma quando funziona, funziona benissimo.
Così ho invitato Andrea Bassanini, a tenere un seminario formativo in Acceptance and Commitment Therapy, ossia in ACT. Act significa anche azione in inglese e questa dicitura è la preferita per questo approccio che mette insieme molti aspetti pratici.
D. Come hai incontrato questo approccio e perché è importante per te?
Ho incontrato la Acceptance and Commitment Therapy nel 2010, mentre ero in specializzazione di psicoterapia. E’ stato un incontro importante per me. Ero già da qualche anno vicino alla pratica di consapevolezza e alla meditazione, quando ho avuto la possibilità di notare che esistesse un approccio in psicoterapia fondato su alcune abilità centrali nella pratica di meditazione come il “noticing”, la centralità dell’esperienza corporea e il relazionarsi in modo diverso alla nostra mente. Ho avuto la sensazione di “aver raggiunto casa”.
L’ACT è stata ed è tuttora una parte importante del mio lavoro personale e interiore e del mio ruolo professionale di psicoterapeuta, insegnante di Mindfulness e di formatore. Per me è pratica costante, che cerco di coltivare momento per momento.
D. Flessibilità e inflessibilità sono due aspetti di uno stesso sistema. Come definiresti questo sistema?
Coerentemente con la visione epistemologica contestualista, vedo un “sistema” di azioni in corso. Noi essere umani ci muoviamo sempre all’interno di un contesto, e “il come” ci muoviamo tende a nutrire alcuni aspetti della nostra esperienza a discapito di altri. Alcune azioni che mettiamo in atto nutrono inflessibilità e altri la flessibilità.
Nell’ACT l’inflessibilità riguarda un insieme di comportamenti che noi tutti mettiamo in atto per stare lontani da ciò che ci spaventa, terrorizza, intristisce, insomma che ha una qualità di spiacevolezza per noi. Flessibilità potrebbe essere inteso come un insieme di comportamenti (osservabili dall’esterno e “non osservabili”) volti a non opporsi al normale dolore che noi esseri umani incontriamo nella nostra strada (acceptance) mentre ci impegnano per andare verso ciò che desideriamo o che per noi è importante (commitment). Per usare una metafora, durante i terremoti, le case che reggono meglio sono quelle con le basi meno rigide , che hanno “gioco” intorno a loro e che possono “danzare” con le scosse. Facile a dirsi, faticoso ma non impossibile da farsi, perché sono abilità che possono essere apprese e praticate.
D. Quanto incide la flessibilità sul cambiamento?
La flessibilità, per come l’abbiamo definita prima, incide moltissimo secondo l’approccio ACT. Seguendo i dati della letteratura scientifica (che per l’ACT è numeroso e con solidi dati di ricerca) possiamo dire che praticare flessibilità in questo modo ci permette non solo di sperimentare una riduzione dei sintomi e dei comportamenti tossici che ci troviamo tutti a mettere in atto ma anche di promuovere benessere e qualità di vita, nel corpo (ad esempio riducendo i livelli di ormoni dello stress) e negli stati mentali (riuscendo ad esempio a essere meno aggrovigliati alla nostra mente verbale e discorsiva), insomma a pensare meno alle esperienze e a farne di più e più nutrienti).
D. Cosa vuol dire “praticare ACT”?
Essendo una terapia che deriva dal mondo del comportamentismo, l’ACT ci invita a “fare act”, a praticare nell’esperienza, a mettere in atto quell’insieme di comportamenti di cui ho fatto cenno prima. Così come per la pratica di consapevolezza, ritengo che anche l’ACT sia prima di tutto qualcosa che può essere sperimentato nell’esperienza diretta e poi compreso. Più che capire, l’intenzione è quella di farci apprendere dall’esperienza diretta, capendo dopo. Un po’ come leggere un volume intitolato “Fondamenti di pallacanestro” e muoversi su un campo, con una palla arancione in mano e alcuni compagni provando a fare centro con un lancio. Quale dei due preferiremmo fare? Quali tra le due esperienze potrebbe dirci se la pallacanestro fa per noi oppure no? Ecco, nella mia esperienza, la pratica dell’ACT è molto simile.
Non credo sia un caso che in ogni volume sull’ACT veniamo inviati a non chiamarla A.C.T con tre lettere separate bensì “ACT” come una sola parola. Non dimenticandoci che fermarsi, non agire oppure parlare a noi stessi in un certo modo sono azioni in corso, “cose” che possiamo scegliere di fare…

La notazione

Uno degli aspetti centrali della pratica di Act è quella della defusione dai pensieri, ossia la capacità di non essere identificati con i propri pensieri. È la capacità di notare il processo in corso che garantisce il passaggio dalla fusione alla defusione. Il noticing – come viene chiamato nell’approccio ACT – è l’equivalente della notazione o Noting della pratica di mindfulness. L’invito non è a cambiare la qualità dell’esperienza ma semplicemente a rendersi conto di qual è l’esperienza che stiamo vivendo: riconoscendola e nominandola ce ne distacchiamo quel tanto che è necessario.
Non possiamo impedire a quella voce dentro la nostra testa di raccontarci storie, ma possiamo imparare a coglierla sul fatto. E possiamo imparare a scegliere come reagire: lasciandoci guidare dalle storie utili e lasciando che quelle non utili vadano e vengano come foglie al vento. Russ Harris

I pensieri che hai sono utili?

Nel protocollo MBCT la defusione dai pensieri.- I pensieri non sono fatti – è una vera e propria pratica di meditazione che spesso suscita sollievo. E qualche volta ribellione. Perché? Perché pensare che i pensieri non siano veri per alcune persone è molto destrutturante e disturbante. In Act c’è un altro passaggio fondamentale ed è chiedersi “Questi pensieri sono utili?”. In effetti riformulare così la domanda porta dei grandi vantaggi. Ci permette di prendere contatto con quanta parte del nostro tempo è occupata in pensieri utili, che permettono di organizzare il tempo, di pianificare le nostre azioni. E con quanta parte è persa in pensieri ripetitivi che inducono un abbassamento dell’umore e il rimuginio. Se per alcune persone è conflittuale pensare che i pensieri non sono verità, siamo tutti più disponibili a renderci conto che alcuni pensieri non solo non sono utili ma abbattono il nostro morale.

Mini Bibliografia

I libri di ACT sono in genere molto pratici e scritti con un linguaggio semplice: veri e propri manuali di esercizi. Ti segnalo due libri, entrambi di Russ Harris “La trappola della felicità” di cui ho parlato nell’articolo, “Questa storia della felicità comincia a diventare pesante” e “Se il mondo ti crolla addosso”: vi assicuro che sono due letture che possono essere fatte anche sotto l’ombrellone!

Buona estate!

© Nicoletta Cinotti 2019

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