Mi sono avvicinata alla pratica di mindfulness per ragioni cliniche: cercavo un trattamento efficace per la prevenzione delle ricadute depressive. È vero che meditavo da moltissimi anni ma lo ritenevo un fatto strettamente personale: non c’era nulla che facesse pensare alla possibilità di portare la meditazione nella stanza della psicoterapia. O, almeno, nulla che mi facesse desiderare che la meditazione entrasse anche nella parte professionale della mia vita.
Quando ho incontrato la mindfulness mi è sembrato, invece, inevitabile: fatte l’una per l’altra. Una psicoterapia contemplativa che lascia spazio alle risorse personali, che non rieduca nessuno ma coltiva: questo è portare la mindfulness nella stanza della psicoterapia. È un atteggiamento mentale che non scava ma apre. Come fanno i contadini quando smuovono la zolla perché l’orto respiri e cresca di più.

Rimaneva, per me, un ostacolo: cosa fare con la pratica dei Brahmavihara, delle quattro dimore divine?

Le quattro dimore divine

Le quattro dimore divine sono quattro qualità della nostra mente originaria: Metta o gentilezza amorevole, Upekkha o equanimità, Karunā o compassione e Muditā o gioia condivisa. Secondo il Canone Buddhista, sono quattro virtù affettive in grado di portarci al cospetto di Brahmā, in “paradiso”, non nel futuro ma nel momento stesso in cui le evochiamo. Ognuna corrisponde a un diverso stato mentale. Nella pratica di Metta coltiviamo la felicità, nella pratica di Karuna – compassione – la libertà dalla sofferenza, in Mudita coltiviamo la condivisione della gioia e con Upekkha guardiamo con equanimità agli alti e bassi della nostra vita.

La compassione e la self compassion sono strumenti terapeutici consolidati e adesso non è più insolito che entrino nella cura ma non è sempre stato così. Ancora oggi, soprattutto quando lavoro con le aziende, la parola compassione sembra uno sproposito. Uno sproposito che sta diventando fondamentale anche in area aziendale: parliamo sempre più, infatti, di compassionate leadership. Ma cosa dire rispetto alla pratica di Metta  o di Mudita o di Upekkha? Come presentarle e come inserirle? Come fare i conti con quella ripetizione di frasi augurali che sembrano una preghiera? Cosa fare con gli spiriti laici? E con quelli religiosi ma di altra religione? Alla fine ho fatto come al solito: ho sperimentato prima su di me!

Non coltivare l’ostilità

Nella pratica di Metta partiamo dall’augurare a noi stessi di essere al sicuro, sani, in pace e felici e poi allarghiamo lo stesso augurio alle persone che amiamo, alle persone neutre, alle persone con le quali abbiamo un rapporto difficile e a tutta l’umanità in un’espansione progressiva della nostra capacità di provare affetto e gentilezza e condividerla con noi stessi e con gli altri. Lo facciamo con quattro frasi che ripetiamo per ognuno dei cerchi dell’intimità – dal più intimo al più esteso – e nel ripetere assaporiamo il tono della nostra voce interna.
Per molto tempo ho praticato mettendo nel cerchio delle persone difficili mia sorella. Abbiamo un rapporto complicato e interrotto da mille gelosie e rivalità. Forse è una delle persone che più mi ha fatto soffrire per futili motivi. Ovviamente lei direbbe esattamente la stessa cosa di me e sarebbe impossibile sapere chi ha iniziato prima, come succede spesso nelle liti. Per anni è stata in pole position tra le persone difficili. Poi, un giorno, non so bene come, l’ho ritrovata tra le persone alle quali volevo bene.
Un piccolo miracolo. Che ha cambiato il mio modo di guardare alla pratica di Metta e il rapporto interiore con lei. Voglio essere chiara: non ha cambiato lei. Ha cambiato me nei suoi confronti. Mi ha liberato dalla pesantezza dell’ostilità e della rabbia. Apparentemente non è cambiato nulla: non siamo diventate come le sorelle di Piccole donne ma io ho smesso di nutrire la mia ostilità.

Essere degni

Nello scoprire l’effetto di questa pratica mi sono resa conto di un altro aspetto che me l’ha fatta amare sempre di più. Mi sono accorta che dentro di me alimentavo uno strano senso di indegnità: come se nella vita non si fosse mai risolto il peccato originale con il quale si viene al mondo.

Sarebbe molto facile cedere alla vocina interiore che mi dice “Non sei abbastanza avanzata nella pratica per poter parlare dei Brahmavihāra”. Sarebbe facile ma sbaglierei perché darei credito al fatto che ci siano delle persone speciali – superiori – e delle persone normali come me che non devono permettersi di affrontare temi tanto significativi. Adesso non posso più credere a questa vocina. La riconosco, le lascio spazio e passo alla pratica così come l’ho imparata. È la mia àncora di salvezza anche nei momenti peggiori.

Ripetiamo delle parole per invitare uno stato mentale. Accade così in tutti i Brahmavihāra: sono, secondo il Canone Buddhista, quattro virtù affettive in grado di portarci al cospetto di Brahmā, in “paradiso”, non nel futuro ma nel momento stesso in cui le evochiamo. Ognuna corrisponde a un diverso stato mentale.

Poggiare le parole sul cuore

Poggiamo quelle parole sul nostro cuore perché lo predispongano al risveglio. Se non sono sentite scivoleranno via ma, giorno dopo giorno, lasceranno un’impronta. Quell’impronta credo sia l’effetto della preghiera: il risveglio di qualcosa di sopito. Le parole che poggiamo sul cuore durante la pratica entrano prima o poi dentro di noi e cambiano con la dolcezza dell’acqua, goccia dopo goccia.
Nel tempo ho considerato che sia come mettere le intenzioni e che mettere le intenzioni sia una forma di preghiera. Ci aiuta a rimanere fedeli anche quando la rabbia e la paura ci gridano in faccia di scappare o di attaccare. Avere chiare le parole delle nostre intenzioni permette di sostare, di praticare pausa, di portare presenza anche quando le nostre certezze crollano.
E trovare così, nella presenza, la risposta alle nostre domande. Ecco perché mi sembra naturale sposare meditazione e scrittura: come possiamo essere fedeli alla precisione delle parole senza scriverle? Come possiamo ricordare e tornare alle nostre intenzioni senza coltivarle con la scrittura?

C’è sempre qualcuno che ti porta le preghiere

È stata mia nonna a portare le preghiere nella mia vita. Aveva una fede allegra, serena. Niente di drammatico o cupo. Eppure, abbastanza spesso, quando andavo in chiesa, piangevo. Che fossi con lei o da sola non faceva molta differenza. Dei pianti lunghissimi e silenziosi, di quelli in cui le lacrime scendono senza far rumore. Mi mettevo in un angolo poco visibile, imbarazzata per quello che mi sembrava potesse essere scambiato come una dichiarazione di colpa o un inutile sentimentalismo. Sapevo che non piangevo perché mi sentivo in colpa: piangevo perché mi sentivo a casa.
La cosa non preoccupò affatto mia nonna che affrontava tutto con leggerezza. Io, per anni, non potevo entrare in chiesa, sentire le preghiere, senza mettermi a piangere. Non è un dolore ma una commozione che scioglie e che può arrivare anche mentre medito.

Le parole che non riusciamo a dire

Mi sembra che quelle lacrime portino via le parole che non riesco a dire e quelle che ho detto e mi dispiace di aver detto. Mi riconciliano senza che sappia bene con cosa e perché. Dopo sto meglio e nemmeno durante sto male. Non mi succede tutte le volte ma spesso sgorgano queste lacrime. Anche durante la meditazione. È imprevedibile come, quando e perché.

Il mistero di queste lacrime mi ha reso molto curiosa rispetto al sentimento della preghiera fin da bambina. Oggi preghiera e poesia sono, per me, la stessa cosa. Non so quale delle due è più sacra: io direi che lo sono entrambe. Entrambe possono darmi quella commozione che è sollievo per l’animo. Entrambe coltivano il vocabolario del cuore..

Nascono dall’intimità tra la calma della mente e il conforto delle parole giuste. Sono una specie di vocativo che chiama ciò che manca e ciò che desideriamo. Nascono in un vuoto che a volte è silenzio e a volte è mancanza. Richiedono un atteggiamento di ascolto.
Un atteggiamento che rende a ogni cosa il suo valore, il sentimento che sorge quando sappiamo prenderci cura di qualcuno, anche solo attraverso un suo oggetto di uso comune.

Ho conservato per anni una spilla di mia nonna, di nessun valore. La portava sul suo bel cappotto nero. Ho anche quello. Le maniche sono scucite perché la stoffa non tiene più il filo. Per me tenere quel cappotto – che a forza di riparare è diventato una giacca – indossarlo qualche volta, è una preghiera di gratitudine per il suo essere stata silenziosamente diversa dal resto della famiglia.

Essere diversi

Non so da dove sia venuta fuori mia nonna ma i suoi figli non le assomigliavano e nemmeno lei assomigliava al paese in cui è vissuta. La sua diversità mi ha insegnato, senza tanti discorsi, che si può essere diversi. Diversi e basta, senza giustificazioni.
Non vorrei giustificare quindi perché metto insieme meditazione, poesia e scrittura: non è solo perché sono diversa. È perché c’è un filo, delicato e resistente più della seta, che le lega insieme: il linguaggio dell’esperienza.
Quando siamo dentro ad una esperienza viene normale cercare una metafora che la esprima: ecco la meditazione è una lunga, lunghissima metafora dentro la quale la mia vita (ma non solo la mia) fiorisce con ogni respiro.

…La poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo? Chandra Livia Candiani

© Nicoletta Cinotti 2020 Parole che si poggiano sul cuore

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