Quanto è antica la nostra tendenza ad evitare? Quanto si sposa con il nostro rinunciare? Difficile dirlo eppure quando inizio un protocollo la radice dello scoraggiamento è sempre pronta ad affiorare ed è sempre la stessa: abbiamo paura di scoprire di non essere in grado, di scoprire di non sentire, di scoprire che non riusciamo e così, un po’ paradossalmente, rinunciamo, evitiamo. Rimandiamo a quando saremo in forma. Rimandiamo di fare proprio quello che farebbe una piccola e significativa rivoluzione: sentire. Sentire la nostra confusione, sentire il nostro disorientamento, sentire la nostra inquietudine. Sentire quello che c’è così com’è.

Perdiamo una grande opportunità nell’evitare: perdiamo la possibilità di sentire l’urgenza di prenderci cura di noi. Perdiamo l’opportunità che da quel sentire nasca la compassione. Coltiviamo la distrazione, coltiviamo l’evitamento nell’idea che sia possibile così ridurre lo spiacevole e aumentare il piacevole. Non funziona ma ci proviamo lo stesso perché, per qualche attimo, possiamo ottenere sollievo.

La perdita grande però, la vera perdita è che se non sentiamo quello che c’è nel momento in cui sorge non potremo mai davvero alimentare quei semi di compassione che dormono dentro di noi e che aspettano solo di ricevere un po’ d’acqua e un po’ di sole. A volte abbiamo più compassione per gli altri che per noi: nessun mistero dietro a questo squilibrio. Semplicemente ci permettiamo di vedere di più il dolore e il disagio dell’altro che il nostro. Perché – che ci piaccia o no – la vera gioia nasce dall’avere attraversato senza sconti la nostra vita con i suoi dolori. La vera gioia nasce dall’aver compreso che non tutto il piacevole è positivo, non tutto lo spiacevole è negativo.

Guardiamo con superiorità al nostro dolore, lo trattiamo come se fosse frutto della nostra parte infantile, come se fosse un segno di mancanza di maturità. È l’opposto: è la strada che ci insegna a crescere.

Una delle ragioni per cui evitiamo il nostro bambino interiore è la paura di soffrire. Questo accade perché tra la coscienza mentale e la coscienza-deposito c’è una parte chiamata manas che ci spinge a cercare il piacere e a evitare il dolore. Manas è alla base della nostra credenza illusoria in un sé separato e noi soffriamo a causa delle sue illusioni e discriminazioni. Thich Nhat Hanh

Pratica di mindfulness: Manas

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBCT

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