Se pensi di essere illuminato, passa una settimana con la tua famiglia. Ram Dass

La scorsa settimana mi è capitato di essere testimone di una scena piuttosto toccante. Un bambino in passeggino, attorno ai due anni, per una strada del centro che piangeva a dirotto. Due eleganti genitori probabilmente entrambi superata la trentina. La madre sembrava essere la fonte delle lacrime e camminava avanti come se fossero estranei. Il padre ha fatto scendere il bambino dal passeggino, l’ha piazzato a terra e si è mosso, come se andasse via. Il bambino ha continuato ad urlare disorientato, girando su sé stesso mentre i genitori facevano finta di lasciarlo lì da solo. Poi, dopo aver fatto qualche metro avanti, con il bambino totalmente sconvolto dalle lacrime, il padre è tornato indietro e l’ha preso in braccio.

Non penso che fossero due persone cattive ma sicuramente, in quel momento, facevano davvero fatica ad essere in sintonia con il loro bambino. Che aveva solo bisogno di essere calmato: perché quando un bambino è nel mezzo di una crisi così qualsiasi ragionamento è perfettamente inutile. Soprattutto se ha due anni.

Se Dio viene al mondo come un neonato, il suo progetto non può essere quello di preservarci dal rischio e dalle preoccupazioni. Marion Muller-Colard

Certamente, mi sono detta, quei genitori saranno stati stressati da quel pianto. Altrettanto certamente quel bambino aveva solo un desiderio: essere amato.

Le lamentele

Se c’è un luogo che suscita lamentele questo è la famiglia. I genitori non vanno mai bene e i figli non sono mai come vorremmo. Ma le lamentele non sono uguali al Lamento. Il Lamento è un grido profondo che arriva da lontano. Le lamentele sono quelle piccole scomodità che ci infastidiscono senza fare troppo danno. Il Lamento invece è diverso e insegna che l’impotenza non sopporta alcuna ricetta, come dice Marion Muller-Colard. Abbiamo bisogno di risalire il fiume e di arrivare al luogo originario del Lamento. Perché il Lamento, quello con la maiuscola, che ognuno di noi conosce e tutti noi evitiamo, ha un principio: ci isola dagli altri anche quando siamo in loro compagnia. Ci rimette in un universo in cui i suoni arrivano filtrati. E i dati di realtà sembrano insignificanti. Il Lamento è autonomo e svincolato dalla realtà. Quello di quel bambino per strada era un Lamento: non so se fosse il primo Lamento della sua vita: temo che non sarà l’ultimo.

 

Il bambino interiore

Ognuno di noi porta con sé questo Lamento sotto forma di bambino. Nasce, dice Thich Nhat Hanh, dal magazzino della nostra coscienza e contribuisce alle nostre formazioni mentali. Non dobbiamo però guardare nel passato per trovarlo: basta guardare in profondità perché emerga e dia voce alla nostra sofferenza, proprio nel presente. Non è mai in una reggia. Proprio come Gesù bambino porta in sé tutta la grandezza e tutta la povertà in un solo istante. La grandezza del cambiamento e la povertà della crisi.

Abbiamo due tipi diversi di consapevolezza: la consapevolezza del presente, che alimentiamo con la pratica e il magazzino della consapevolezza che è la fondamenta della nostra casa. Il magazzino della consapevolezza è la nostra “radice” della consapevolezza”. Thich Nhat Hanh la descrive come la mente inconscia dove sono immagazzinate tutte le nostre memorie. Memorie che emergono quando la mente non è sincronizzata con il corpo.

La consapevolezza è come una casa in cui il seminterrato è il magazzino della nostra coscienza dove, sotto forma di semi, riposano le formazioni mentali della rabbia, del dolore o della gioia.Thich Nhat Hanh

Le formazioni mentali

Queste formazioni mentali rimangono semi fino a che qualcosa nella nostra realtà non le risveglia manifestandosi a livello della coscienza, nel soggiorno della nostra casa. A quel punto non è più un seme quello che abbiamo di fronte ma una formazione mentale. Non è più una lamentela ma un Lamento. È allora che è necessario invitare il seme della mindfulness. Non per scacciare le formazioni mentali ma per diventarne consapevoli. La mindfulness non è una lotta ma un modo per riconoscere e prendersi cura del Lamento: è un modo per entrare nel processo di guarigione.

Ora potremmo farci la domanda più ovvia: perchè è un modo per entrare nel processo di guarigione? Perché il Lamento nasce dall’esperienza del dolore solitario. Un dolore in cui l’altro non c’era. Avrebbe dovuto o potuto esserci ma era assente. Qualsiasi fosse la ragione la verità è che era assente. È quello che trasforma le nostre lamentele in un Lamento: il senso di isolamento e di mancanza. Le lamentele le facciamo sempre a qualcuno e sono roba di poco conto. il Lamento invece chiede qualcosa di superiore che non c’è stato. Chiede presenza. Una presenza che possiamo darci, finalmente. Senza aspettare altro.

La mindfulness stimola e accelera la circolazione attraverso i blocchi di dolore. Thich Nhat Hanh

Tornare in famiglia

Spesso il nostro Lamento ha un luogo d’origine familiare. Spesso tornare a casa è la gioia e la difficoltà maggiore che incontriamo nella nostra vita: incontriamo la ripetizione e il risveglio dei semi che dormono nel seminterrato della nostra coscienza. Per questo il Natale è bellissimo e difficile. È bellissimo perché offre una possibilità di riconciliazione. È difficile perchè può essere il fallimento – l’ennesimo fallimento – della riconciliazione. Così lo descrive Ester Viola, acidamente realista?

<<Non lo sopporta quasi più nessuno, a parte i bambini. I regali, le città impazzite, le metro che scoppiano, le cene di saluto con l’ufficio, le cene di saluto con gli amici manco stessimo partendo per la guerra, <<anche a te e famiglia>>, e i biglietti per tornare a casa il 24, e i biglietti per ripartire il 30, e i <<che fai a Capodanno>>, e il Capodanno mio è più intelligente del tuo.

E ti dici che vuoi riposare, poi però resti a casa da solo e alla fine ti viene da piangere perché ogni fine è tempo di bilanci. Drammatizziamo di più: e resti in città e ti senti straniero, torni al paese e ti senti inghiottito un’altra volta da quella vita che ci hai messo una vita a dimenticare e lasciare lontana…Io gli spiriti festosi a Natale davvero li vorrei capire e non li capisco.>> Ester Viola

La riconciliazione

Quando nei monasteri buddisti si verifica un conflitto i monaci sono incoraggiati a fare una pratica formale di riconciliazione che comincia con una affermazione interiore “Non importa che cosa ci ha ferito, possiamo sempre cercare la riconciliazione”. Cercare la riconciliazione non ha condizioni: non significa che gli altri devono cambiare, né che potrebbero farlo. È un invito che facciamo a noi stessi. È l’invito a smettere la guerra dentro. L’invito a permettere che prevalga il senso della cura.

In fondo il Natale è un invito: per questo ci disturba. Per questo può realizzare un miracolo: essere presenti senza essere identificati con quello che ci ha ferito. Il miracolo del Natale è lo sciogliersi – possibile ma non certo – del nostro Lamento.

© Nicoletta Cinotti 2019 Photo by Tyler Delgado on Unsplash

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