Cosa fare quando non siamo consapevoli?

a cura di Nicoletta Cinotti
La nostra innata capacità di consapevolezza può essere persa in situazioni di stimolazione sovrabbondante come quella che viene sperimentata in un trauma, fisico o psichico,ma anche durante il prolungarsi di una situazione stressante, durante il quale i circuiti di autoregolazione e lo schema corporeo sono disattivati in maniera parziale o – nei traumi più gravi – in maniera quasi totale.

Il cervello in queste situazioni produce una risposta automatica molto rapida per proteggere al meglio la persona, basata su uno schema di risposta di attacco, fuga o paralisi (freezing) che altera in maniera durevole, a seconda della gravità del trauma, la modalità di risposta alle situazioni di stress. Come risultato la persona non monitora più i propri stati interni alterando i modelli omeostatici, collegati alla consapevolezza corporea, che garantiscono la funzionalità metabolica e i processi di sviluppo.

Dal ritiro prodotto dal trauma si può riemergere sperimentando un nuovo senso di sicurezza che può ripristinare una normale capacità di assorbimento, coinvolgimento e riparazione. La riparazione, che viene attivata a partire dal riconoscimento della necessità di aiuto, può avvenire grazie ad un periodo prolungato di riposo, sonno e/o contatto con persone in grado di stabilire relazioni sintoniche. Un ripetersi quindi del primitivo processo di regolazione interattiva come chiave del recupero della consapevolezza di Sé (Schore 2003). L’insieme di questi elementi permette di ripristinare una risposta momento per momento con l’ambiente, abbandonando la modalità automatica attivata dal trauma.

La perdita della consapevolezza corporea

La domanda su cosa fare quando si perde la consapevolezza può, in effetti, sembrare paradossale. La perdita di consapevolezza è infatti accompagnata da una sorta di mancanza di memoria su cosa sia essere consapevoli e da una autoreferenzialità difficile da infrangere. I pazienti arrivano a chiedere aiuto sulla base di una fonte di disagio – fisico o psichico – dal quale sono molto assorbiti eppure, altrettanto paradossalmente, poco consapevoli.
La richiesta di aiuto e lo stabilirsi di una relazione e di una efficace alleanza di lavoro, sono le prime condizioni perché possa iniziare il percorso verso la consapevolezza. Un percorso in cui i risultati appartengono appunto all’esperienza in prima persona e il curante è un accompagnatore esperto ma non è l’unico esperto.

Fogel (2008) riassume gli elementi chiave di questo percorso verso la consapevolezza corporea in una tabella che offre spunti interessanti di riflessione e che raccoglie il lavoro e lo stimolo di differenti autori.
Se analizziamo gli elementi sopra riportati possiamo iniziare ad avere un quadro di come e perché funziona, sia nella mindfuness che nella bioenergetica, la consapevolezza corporea.

ANDARE VERSO LA CONSAPEVOLEZZA

Attenzione alle risorse Per RISORSE si intende la creazione di una sensazione interna ed esterna di stabilità, sicurezza, sostegno. Le persone hanno bisogno di queste risorse per confrontarsi con la rabbia, il senso di minaccia o di dolore che sono stati soppressi. La perdita di consapevolezza è il prezzo pagato per questa soppressione.

Rallentare per imparare a rimanere in contatto più a lungo con la propria esperienza emozionale soggettiva. La consapevolezza corporea richiede un rallentamento dei processi cognitivi di valutazione o una momentanea sospensione. Il passare dal pensare al sentire quello che c’è nel presente richiede il tempo per raccogliere le sensazioni corporee e sviluppare un senso di competenza al riguardo e una maggiore tolleranza verso le sensazioni fisiche o emotive di disagio.

Coregolazione. Il terapeuta agisce da regolatore esterno affinché la persona possa imparare ad avere fiducia nell’esplorazione della propria esperienza fisica ed emotiva. Imparare a regolare gli stati emotivi, diventando consapevole degli effetti dell’iperattivazione e dell’ipoattivazione aiuta la persona a tornare in contatto con le proprie risorse interne. Questo processo richiede un ambiente esterno supportivo che funga da co-regolatore.

Verbalizzazione. Aiutare la verbalizzazione degli stati interocettivi aiuta a rimanere nella propria esperienza emozionale soggettiva Cercare le parole per descrivere l’esperienza incoraggia la comunicazione senza che comunicare sia una esperienza di perdita di contatto con il corpo.

Collegamenti e confini. Chiarire le localizzazioni e le connessioni nello schema corporeo e la distinzione tra Sé e gli altri Localizzare la sorgente delle sensazioni nel corpo, aprire o mobilizzare le posture difensive, scoprire le “aree perdute” del corpo e come si coordinano nel movimento e definire connessione e confini tra se stessi e gli altri.

Autoregolazione come modo di occuparsi della propria ripresa Diventare la fonte delle proprie risorse maturando comportamenti proattivi tesi a ristabilire l’equilibrio.

Coinvolgersi attivamente nel mantenere la propria consapevolezza corporea Portare avanti attività fisiche che sostengano la consapevolezza, imparare a dire di no a comportamenti distruttivi o debilitanti.

Lasciar andare ossia imparare a distinguere tra coinvolgimento e assorbimento, tra pensiero e ruminazione. Lasciar andare comprende la capacità di scegliere in cosa coinvolgersi e accettare la realtà della perdita.

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