In passato ho tenuto una lezione davanti a Rebecca Crane, dell’Università di Bangalor, UK. Fortunatamente non avevo così chiaro lo status del suo curriculum professionale e così ero abbastanza tranquilla. La tranquillità dell’incoscienza: una delle ragioni per cui la scegliamo soddisfatti – intendo l’incoscienza – è proprio la relativa tranquillità che ci garantisce. In ogni caso, nel suo feedback, mi ha fatto notare l’originalità di un’idea che io davo per scontata. Un altro degli effetti dell’incoscienza, questo meno utile direi.

Cosa davo per scontato?

Davo per scontato i criteri diagnostici che uso per la valutazione dei disturbi depressivi. Pensavo che fosse universalmente riconosciuto che esistono due forme di depressione: una depressione reattiva ad una perdita e una depressione di tipo perfezionistico.

Nelle depressioni reattive ad una perdita abbiamo una risposta fisiologica ad un lutto, che non viene adeguatamente superato e che, quindi, si riattiva con ogni perdita – reale o metaforica – successiva. Tutti abbiamo subito – o subiremo – delle perdite e quindi questa è la situazione più evidente. E anche quella culturalmente più esplicita. Ci aspettiamo che del lutto faccia parte uno stato depressivo e lo riteniamo inevitabile.

La depressione perfezionistica

La depressione perfezionistica è invece una depressione relativa alla mancata realizzazione di un sogno, un progetto, un ideale che volevamo raggiungere. Non è quindi il dolore per la perdita di qualcosa che c’è stato e ora non c’è più ma il dolore per la mancata esistenza di qualcosa che avevamo desiderato.

Perché questo tipo di depressione è molto importante? Perché siamo noi stessi che ci poniamo ideali e obiettivi e, quindi, siamo potenzialmente esposti ad una depressione perfezionistica tutte le volte che ci poniamo ideali troppo elevati e standard di prestazione troppo alti. Questa è, in fondo, la ragione per cui la depressione viene erroneamente definita il disturbo dei nostri tempi.

In realtà il disturbo depressivo è sempre stato presente e ne troviamo tracce scritte praticamente in tutte le epoche ma, questo è indubbio, mai come in questo momento siamo soggetti ad una tirannia nei confronti di noi stessi che ci spinge a realizzare obiettivi sempre più alti ed elevati.

Diverse ragioni di depressione, diverse risposte

Ovviamente la differenza di eziologia – ossia la diversa origine – presuppone anche una differenza di trattamento. La depressione reattiva ad una perdita reale necessita della consolazione che ci viene dalle nostre relazioni affettive. Può essere efficacemente affrontata nella propria rete di riferimento e, a volte, si accompagna ad un bisogno esplicito di consolazione relazionale. Se la persona in lutto ha una buona capacità di relazione sociale e altre relazioni significative, la possibilità di recupero è solitamente migliore. Ed è possibile fare attivamente qualcosa perché sia possibile investire nuovamente nelle relazioni affettive presenti.

La depressione perfezionistica si accompagna ad un senso di isolamento e insoddisfazione forte e di difficile consolazione, anche perché, in apparenza, non manca nulla. Anzi spesso è presente in persone che hanno davvero realizzato moltissimo nella propria vita, senza ricavarne però un senso durevole di appagamento. I successi del passato sembrano svanire e perdere di importanza proprio in virtù della mancata realizzazione del nuovo progetto.

A volte questa depressione si accompagna ad un senso di svuotamento del Sè, ad un impoverimento perché, paradossalmente, più la situazione sfugge di mano, più si intensificano gli sforzi per raggiungere il nuovo risultato.

Cambiando la ragione della depressione è necessario, quindi, cambiare il trattamento.

Fare un downgrade

Anche se può apparire paradossale, per curare la depressione perfezionistica è necessario fare un downgrade, ossia abbassare gli obiettivi che, essendo troppo alti, sono la ragione principale dello stato di disagio emotivo. Può sembrare paradossale perché, nella depressione, si vive proprio uno stato di abbattimento. Per questa ragione, infatti, non può essere indicata come soluzione da prescrivere ma come soluzione da percorrere. Come? Intanto l’unico modo per avere davvero un contatto con i propri limit è spostare l’attenzione dalla mente al corpo. Per questa ragione quindi, tutto quello che facilita la consapevolezza corporea è fondamentale. I limiti però sono da percorrere con estrema attenzione e gentilezza, perché possono scatenare un riacutizzarsi dei sintomi. Una gentilezza declinata in prima persona.

Inoltre è importante invertire la spirale, l’imbuto di esaurimento che porta a ridurre tutte le attività che non siano finalizzate ad ottenere un risultato: quel risultato. Quindi, anche se la persona lamenta stanchezza, il fare attività nuove e diverse è fondamentale. La mente, in queste situazioni tende a restringere la propria visuale, focalizzandosi solo sull’obiettivo. Quindi tutto ciò che mantiene una mente aperta è fondamentale

© Nicoletta Cinotti 2022

Rebecca Crane terrà una serie di incontri online con traduzione in italiano dedicati a istruttori mindfulness, a partire dal Novembre 2022

Sostenere l’insegnante interiore: MBI-TAC Livello 1

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