Nella nostra vita ci troviamo spesso, forse anche molto spesso, a subire uno scacco matto. A differenza di quello che succede negli scacchi quello però non è il momento in cui finisce la partita. È il momento in cui dobbiamo giocare senza riserve la sfida che ci si è presentata davanti.

Che sia una malattia che mette a rischio la nostra esistenza o la sua qualità, oppure una dolorosa separazione o una difficoltà lavorativa, sono molti i momenti in cui ci sentiamo di fronte ad una sfida che, sappiamo, qualificherà il resto delle nostre giornate. Per molti di noi quelli sono i momenti in cui funzioniamo meglio. L’emergenza attiva le nostre risorse e la nostra anima di guerrieri. Il problema è che vorremmo che la battaglia finisse presto. O almeno che finisse ad un certo punto. E, invece, se c’è una cosa che succede quando siamo in scacco, è proprio che non sappiamo se questa battaglia finirà: lo scacco è proprio dovuto al fatto che cambia l’idea che ci eravamo fatti del nostro futuro.

Cambiare il panorama

In psicologia parliamo spesso di un costrutto – che temiamo molto tutti – che si chiama impotenza appresa. Spiegarla in due parole è piuttosto semplice: se più e più volte ci è andato male qualcosa, impariamo che, su quell’argomento, siamo impotenti. Succede ai bambini che hanno un disturbo dell’apprendimento ma anche alle persone che soffrono di attacchi di panico. Succede a chi ha una disabilità fisica e a chi ha avuto ripetuti incidenti. Ad un certo punto la nostra mente decide – prima che avvenga l’esperienza – che quella cosa andrà male. Anzi malissimo e che, quindi, tanto vale non provare. Impariamo ad evitare e a restringere il nostro campo vitale.

Voglio fare un esempio pratico. Una paziente che ha avuto alcune storie affettive che sono finite (perché bisogna dire la verità l’amore non sempre è per sempre!) mi raccontava della sua decisione di stare bene da sola. E anche mi portava molti elementi a sostegno di questa decisione. Siccome era una donna colta citava posizioni filosofiche, psicologiche e sociologiche sull’utilità di coltivare la solitudine. in termini emotivi cercava di giustificare la sensazione di impotenza appresa che era nata nella sua mente.

L’impotenza appresa e l’evitamento del dolore

Capita spesso che i bambini al primo compleanno spengano la candelina toccando la fiammella: imparano presto che non è una buona idea! Che differenza c’è tra questo apprendimento e l’impotenza appresa? Da un certo punto di vista nessuna differenza: imparano dall’esperienza ed evitano di farsi male di nuovo. Ed evitare di farsi male di nuovo è un comportamento che protegge la nostra sopravvivenza. Da un’altro punto di vista la differenza è sostanziale. Il fuoco brucia sempre. Quindi la generalizzazione è corretta: ogni volta che vedi una fiamma sai che quella cosa brucia e che bruciano anche gli oggetti che sono stati vicini a quella fiamma come le pentole che sono state sul fuoco. Quando evitiamo le relazioni perchè ci hanno fatto male facciamo la stessa generalizzazione. La relazione mi ha fatto male e quindi tutte le relazioni fanno male. Solo che le persone non sono tutte uguali come il fuoco. Ogni persona è diversa e ogni situazione è diversa. Quella generalizzazione – che sembra proteggerci – in realtà ci chiude delle possibilità. tante possibilità.

Il bambino che ha un disturbo dell’apprendimento non è incapace di imparare, come spesso finisce per pensare. Ha bisogno di strumenti diversi per imparare ma le sue facoltà cognitive sono integre: sono solo diverse. Chiudere con la scuola non è una soluzione ma la cristallizzazione del danno. Ecco l’impotenza appresa cristallizza il danno. Con la speranza di evitare la possibilità del dolore scegliamo di darci un dolore: perdere una possibilità.

Cosa ci raccontiamo quando siamo impotenti

Per evitare una situazione che sentiamo pericolosa usiamo due piccole e semplici parole che mettono in allarme il corpo: “Pericolo” e “Stai attento”. Possibile, direte voi? Si, è proprio così. Corpo e mente si parlano con parole semplici, essenziali: non frasi ma ingiunzioni che funzionano sotto traccia. Senza che ne siamo consapevoli …fino a che non ne diventiamo consapevoli. C’è un modo per diventarne consapevoli?

Sì, c’è un modo che si chiama noting o notazione . Che cos’è? La nostra mente comunica con il corpo attraverso le parole, mentre il corpo comunica con la mente attraverso la contrazione o il collasso muscolare. La notazione quindi non è altro che dare nome a quello che succede. Non raccontare quello che succede ma semplicemente riconoscerlo e nominarlo. C’è un detto inglese “naming is taming” ossia nominare è addomesticare. Quindi nominiamo la nostra esperienza interna a partire da una semplice parola. Può essere una parola che definisce l’emozione oppure una parola che definisce la sensazione fisica: nessun dialogo con i pensieri. Siamo zen: se abbiamo paura ripetiamo mentalmente “provo paura” oppure ” sento tensione alle spalle” e poi ancoriamo l’attenzione al respiro o ai suoni

Possiamo usare la notazione anche in modo attivo, come ti racconto in questo video. Quando ci rendiamo conto che stiamo per partire in difensiva ripetiamo mentalmente “permettere” o/e “lasciar andare” in modo da stare nell’esperienza in corso. Perché la pratica di mindfulness è semplicemente questo: stare nell’esperienza in corso.

Meditare: permettere e lasciar andare

Meditare vuol dire stare con tutto ciò che c’è in quel dato momento, con tutto ciò che si è in quel dato momento, né più né meno. Stare ed essere completamente nel qui e ora, senza aspettativeNon vuol dire cambiare lo stato delle cose (che sia un pensiero, un’emozione o un dolore fisico), né tantomeno reprimerle, ma riuscire ad accoglierle così come sono, dando attenzione intenzionale con un’atteggiamento da osservatore neutrale o testimone. Ecco perché permettere e lasciar andare sono i due verbi essenziali della mindfulness. Ci consentono di stare nell’esperienza in corso, anche se negativa. Ci permettono di andare oltre l’esperienza in corso, sia che sia negativa che positiva. Ci invitano a non rimanere aggrappati.

Possiamo dire che , se di tanto in tanto – sospendendo il giudizio – portiamo l’attenzione a quello che stiamo provando e ci ripetiamo mentalmente “permetto”, “lascio andare” stiamo facendo una straordinaria pratica informale

Perché è difficile permettere e lasciar andare?

Detto così è tutto semplice ma permettere e lasciar andare non sono facili: come mai? Ecco qui può aiutarci la scrittura. Noi abbiamo tante idee, tanti discorsi che, molto spesso, parlano solo della superficie delle cose. Con la pratica di mindfulness invece andiamo in profondità. facciamo un inquiring, una esplorazione percettiva. Così perchè non mettere dentro lo spazio interno queste due parole e poi lasciare che il respiro faccia venire a galla quello che vogliono dire per noi? Senza censurare se le consideriamo anche negative, senza nasconderci la verità.

A quel punto avremo fatto una doppia pratica: avremo lasciato che la consapevolezza del respiro porti a galla quello che sta in profondità e, nello stesso tempo, verrà a galla solo quello che possiamo tollerare. Scrivendolo poi l’avremo davvero lasciato andare perché avremo portato la luce della consapevolezza nella nostra ripetizione.

© Nicoletta Cinotti 2018

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