Ci sono persone che sono sospettose. Altre che hanno molta fiducia che quello che viene detto sia la verità. E poi c’è una posizione intermedia che viene definita, nella pratica di mindfulness “sereno disincanto” o Nibbida. È un disincanto che nasce, prima di tutto, dalla libertà interiore: è quando possiamo ascoltare senza che avversione o attaccamento ci portino a travisare i dati della realtà. La nostra avversione non ci porta a rifiutare quello che viene detto e il nostro desiderio che le cose siano diverse non ci porta a sperare l’impossibile. È un disincanto ma è sereno perché non ci convinciamo che gli eventi prendano una direzione precisa ma ci disponiamo a riconoscere che direzione prenderanno. Ci inchiniamo alla verità delle cose e non è facile perchè può voler dire rinunciare ad avere ragione.

Le notizie che leggo nelle ultime settimane mi portano a domandarmi dove sta la verità e quali verità vengono taciute. Mi domando se davvero quello che sta avvenendo è una sorpresa e come può essere stato una sorpresa così grande di fronte ai tanti segnali che da tempo offuscavano il cielo. Così torna di nuovo il tema della verità: quando la verità è difficile da maneggiare a volte viene semplicemente negata. Elie Wiesel, scrittore ebreo che ha vinto il Nobel per i suoi libri sulla Shoah, raccontava che prima che iniziassero le epurazioni ebree c’erano stati molti segnali e c’era stato chi – accettando di perdere molto se non tutto – era fuggito in Palestina o in America. Molti erano rimasti per incredulità. Ecco se credere a tutto è male, essere increduli di fronte a ciò che accade è pericoloso.

In mezzo sta anche un’altra emozione difficile che è l’impotenza che proviamo quando siamo solo pedine su uno scacchiere di cui è difficile intravedere le mosse. Non possiamo allora che consolarci facendo quelle piccole cose che rendono la nostra impotenza meno paralizzante. Le piccole cose di cura nella vita quotidiana nostra e altrui. Le minime azioni di pace che riconoscono l’enorme valore delle piccole cose. Perché nell’occuparsi di ciò che è piccolo piccolo possiamo trovare la nostra intuizione e la nostra grandezza.

Io mi occupo di ciò che è piccolo piccolo. Ciò che è minuscolo, infinitesimale. Alla domanda «che fai nella vita?», ecco quello che mi piacerebbe rispondere, quello che non oso rispondere: mi occupo delle cose piccole piccole, porto la testimonianza di un filo d’erba. Il mondo, così come va (male), lo conosco e lo subisco come voi, forse un po’ meno di voi; sotto un filo d’erba si è protetti da molte cose. Queste cose non le ignoro. Ma non è di esse che voglio parlare. Non è il mio ruolo, non è il ruolo che la sorte mi ha dato. Vedo anch’io il disastro. Come non vederlo? Il disastro è già avvenuto nel momento in cui inizio a scrivere. Prendo degli appunti su ciò che ha resistito, ed è, per forza di cose, ciò che è piccolo piccolo, ed è incomparabilmente grande, perché ha resistito, perché il fulgore del giorno, la parola di un bimbo o un filo d’erba hanno trionfato sulle realtà peggiori. Io parlo in nome di queste cose piccolissime. Provo ad ascoltarle. (…). Non cerco la pace ma la gioia, e credo che per trovarla convenga cercare ovunque, senza metodicità, e preferibilmente nell’ambito della vita ordinaria, minuscola. Christian Bobin

Pratica del giorno: Pratica di gratitudine

© Nicoletta Cinotti Il programma di Mindful Self-compassion

 

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