La solitudine fa parte dell’esperienza di qualsiasi meditante: la cerchiamo per praticare e per conoscere la nostra mente in profondità senza le meravigliose e intense increspature che le relazioni portano nelle nostre vite. Sicuramente lascia un segno: è stato difficile spiegare a mia madre la ragione dei lunghi periodi in cui non la chiamavo perché ero in ritiro. Difficile spiegarle che non era un atto che facevo contro di lei ma qualcosa che facevo per me. Credo che per molto tempo mi abbia considerato un’inguaribile egoista proprio per questi ripetuti periodi di solitudine che mi prendevo anche dopo la nascita di un figlio.

Malgrado la solitudine non goda di buona fama è un atto relazionale fondamentale. Winnicott, padre degli psicoanalisti/pediatri inglesi – ci ha insegnato che il momento in cui il bambino impara a giocare da solo è un passaggio evolutivo fondamentale. L’incapacità di giocare da soli è una perdita importante di risorse creative e cognitive. Quindi, anche se non gode buona fama, la solitudine è un’invenzione necessaria. Necessaria per la formazione del carattere e per la sua crescita creativa. Le opere d’ingegno nascono tutte da un transito solitario.

Non è solitudine però quella che stiamo vivendo: è isolamento – quarantena – e mancanza di libertà. Non sono appellativi della solitudine, che è un evento di rivoluzionaria libertà. L’isolamento rende impossibile o fortemente ridotto il contatto. Quello che vive il personale sanitario, che lavora con mascherine, visiera e tuta è una forma estrema di isolamento anche se sono in un contesto sociale. Entrambi – isolamento e solitudine – possono essere vissuti anche in presenza di altre persone ma nell’isolamento c’è una impossibilità al contatto che è un aspetto che la solitudine non ha. Nella solitudine possiamo scegliere di tornare insieme. Nell’isolamento no.

Quello che ci fa soffrire, in questa quarantena, è non sapere quando usciremo dall’isolamento e non potersi confortare l’uno nelle braccia dell’altro. Non poter vedere il nostro viso senza mascherine. Girare in una città in cui, chi incontri ,non sempre mostra il suo vero volto. Questo è lo stress dell’isolamento e non la bellezza della solitudine che cerchiamo quando vogliamo tornare a noi.

Adesso forse ti chiederai qual è la soluzione, convinti come siamo che a tutto debba esserci una soluzione. La soluzione è non evitare di sentire cosa l’isolamento produce in noi. Incontrare con il cuore aperto il senso della mancanza dell’altro. Disegnare con sincerità la geografia che l’isolamento disegna con le isole emerse – le persone che vorremmo abbracciare – e le terre sommerse – quelle di cui ci stiamo dimenticando in fretta (e spesso non è perché non sono importanti). Niente più della mancanza insegna il valore della presenza. Così, quando torneremo insieme, sapremo quanto è importante, essenziale, pieno di stupore, amarci. Quanto il nostro cuore si nutre di contatto lo insegna la mancanza. Lasciamo che la mancanza sia, per una volta, il maestro: ci insegnerà cose che noi umani non avevamo mai creduto possibile imparare.

La solitudine è un risultato che in parte ho cercato di mia spontanea volontà. Soprattutto per chi fa il mio mestiere, è un percorso obbligato, anche se in gradi diversi. Tuttavia il senso di solitudine, come un acido fuoriuscito da una bottiglia, può corrodere e annientare lo spirito di un individuo senza che questi se ne accorga. È una micidiale arma a doppio taglio.

Protegge lo spirito, e al tempo stesso, dall’interno, continua senza sosta a ferirlo. Questo rischio a mio modo credo di averlo accettato, probabilmente grazie all’esperienza. […] Le ferite spirituali non rimarginate sono il prezzo che gli esseri umani devono pagare per la propria indipendenza. Il solito amatissimo Haruki Murakami

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© Nicoletta Cinotti Back to basics 12

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