Ieri sera c’era un incontro gratuito di pratica con le persone che hanno partecipato alle passate edizioni del protocollo di Mindfulness Interpersonale. Domani ce ne sarà uno con le persone che hanno partecipato alle passate edizioni del protocollo MBSR. C’è qualcosa di improvviso in questi incontri, per me, di opposto. Ci insegnano presto a non fare “cose gratuite”. Nella nostra professione spesso può voler dire non dare valore a quello che abbiamo fatto, alla nostra formazione, al nostro lavoro.

Eppure ogni volta che conduco una pratica gratuita – come quella dell’International Yoga Day – avviene qualcosa di improvviso. Quella cosa a sorpresa che è la gratitudine. Provo gratitudine: una qualità di gratitudine che è unica e che viene, credo, proprio da quel gratis. Gratis, in latino, è il plurale di grazia. E nella pratica condivisa diventa una esperienza di ricchezza.

Continuerò ad essere una professionista che viene pagata per il suo lavoro ma non posso perdere quell’esperienza di gratitudine che viene dal plurale di grazia: gratis.

Così quando vedo che – per molti – gratis diventa sinonimo di svalutazione, sinonimo di poca importanza capisco che rischiamo di perdere il senso profondo dello scambio tra esseri umani. Uno scambio che è sempre – a livello profondo – gratis. È gratis la gentilezza. È gratis l’attenzione. È gratis la consapevolezza. È gratis e improvvisa la gioia. È gratis la cura. È gratis la bellezza. E questa gratuità è spesso un elemento sottaciuto. Quando non lo riconosciamo nel suo valore è perchè abbiamo un incidente di percorso e l’avidità copre il sorgere della gratitudine. Così ci viene voglia di avere di più perchè sentiamo che quel gratis è buono. Ma non si può avere più grazia perchè la grazia è sazia in se stessa.

E poi, nella gratuità, sperimentiamo qualcosa di perduto.Qualcosa che chiamiamo proprio perché l’abbiamo perduto. E, come dice Agamben (tranquilli è un filosofo laico!), ciò che si perde è di Dio.

Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso… Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio“. Giorgio Agamben

Pratica informale: Oggi facciamo qualcosa di gratuito per coltivare l’improvviso, lo stupore, l’interruzione del quotidiano.

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale Foto Adobe Stock

 

La copia di questo contenuto non è consentita

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

Subscribe

* indicates required
Vuoi ricevere
Email Format

Iscrizione Completata con Successo!