Quante volte mi è capitato di cercare un rifugio andando in montagna, in qualche posto isolato. O in vacanza in qualche località dove non conoscevo nessuno. Era un modo per prendere rifugio, staccare, e tornare ricaricata alla vita quotidiana.

Andare da una parte all’altra – io che vivo tra due case e lavoravo tra due studi – era il movimento quotidiano che consideravo una parte ineliminabile della mia giornata. Adesso, come la stragrande maggioranza degli italiani, non posso più andare da qui a là. Dobbiamo stare a casa e questo togliere gli spostamenti ha reso inevitabile incontrarsi. Incontrarsi, verbo riflessivo: incontrare sé stessi.

Andare da A a B

Nella mia giornata lo smart working esisteva ma esisteva poco. Andare da casa a studio era la quotidianità: programmare lo spostamento, i tempi, gli incontri e gli appuntamenti. Oggi, stando sempre a casa, si apre una finestra di intimità diversa. Con le persone che incontro online che mi offrono spiragli della loro vita quotidiana. Con me che offro spiragli della mia casa e scavo negli armadi, come pratica informale, trovando tesori dimenticati da tempo: non mi ero accorta di avere così tanti vestiti fino a che non sono rimasta a casa.

All’inizio ho sentito quanto era forte il bisogno che avevo di stare a casa: una nostalgia della casa che veniva finalmente soddisfatta e che, a dispetto della drammaticità della situazione, mi faceva provare anche una sorta di sollievo. Quel sollievo strano di quando ti ammali e tutto sommato sei contenta di dover stare a casa e annullare gli appuntamenti: adesso è diventato un misto di paura e necessità.

Improvvisamente, sono finite le malattie personali e siamo diventati tutti ammalati di quarantena. È la quarantena che trasforma la nostra malattia personale in qualcosa di diverso e condiviso. Diventiamo più generosi nel mettere a disposizione le nostre risorse e dovunque è un fiorire di pratiche online. Perchè se dobbiamo stare a casa incontrarci (sempre in senso riflessivo) non è più un optional: è una condizione quotidiana con cui fare i conti.

Dire la verità

Incontrarsi fa emergere tante verità, nodi che salgono al pettine e la consapevolezza che se qualcosa non va bene non possiamo più gestire il disagio uscendo. Non c’è più un coming back – tornare a casa – c’è un lungo being here, stare qui, dove siamo, per incontrare la verità del momento presente. Dev’essere per questo che le pratiche gratuite online sono fiorite, nel senso letterale del termine.

Possono nascere però diversi equivoci sulla pratica di mindfulness. Il primo e più diffuso è l’idea che serva a calmare, che sia uno dei tanti modi per controllare l’esperienza che stiamo vivendo. Invece la mindfulness è proprio l’opposto: è un modo per stare nelle cose così come sono. Un modo per smettere quelle infinte correzioni alla nostra vita quotidiana che chiamiamo miglioramento e che sono, invece, un modo sottile per esprimere la nostra avversione. È vero, la pratica può calmare ma il suo scopo non è questo. Il suo scopo è farci essere presenti alla verità del momento che stiamo vivendo senza evitare, senza provare avversione, senza nascondersi nella nostra tuta spaziale. Perchè l’altro equivoco è la mindfulness ci renda più forti mentre, invece, ci rende più aperti. È la forza della verità e della flessibilità non quella della corazza, il regalo – e l’invito – che ci fa la pratica.

La tuta spaziale

I primi giorni di quarantena sono stati giorni di ritiro assoluto: avrei dovuto fare un ritiro e quindi la mia agenda era vuota. Il ritiro non c’è stato e la mia agenda è stata così doppiamente vuota: era come se non esistessi. Mi sono accorta di quanto questo svuotare l’agenda togliesse pezzi della mia armatura. Una specie di tuta spaziale, così utile per la vita quotidiana perché offre un senso di identità pre-confezionato e in grado di attutire gli urti quotidiani. Oggi quella tuta non serve più. Oggi mi serve stare senza inganno in quello che c’è e trovarmi così più inerme e spogliata del solito. Non ho niente contro le tute spaziali. A dire il vero non ho niente neanche contro il famigerato Ego. Nella vita ordinaria tutto questo è necessario. A volte indispensabile. Adesso le nostre mascherine e tute e schermi ci servono per proteggerci da un nemico invisibile ma malgrado il fatto che possiamo essere molto più coperti siamo, in realtà, molto più scoperti perché abbiamo di fronte tutte le vulnerabilità del nostro sistema e tutta la vulnerabilità della nostra vita, servite su un piatto d’argento. Siamo, come dice Papa Francesco, in una tempesta tutti, nessuno escluso.

 

Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo. Papa Francesco

Cercare rifugio

È in questi momenti che cerchiamo rifugio, nei momenti in cui attraversiamo la tempesta, cerchiamo qualcosa sotto cui ripararci. Forse abbiamo cominciato a pregare così, nei momenti di tempesta, nei momenti in cui cercavamo un rifugio che fosse più grande e forte della nostra paura. Oggi questo rifugio, al di là della nostra convinzione religiosa, siamo chiamati a cercarlo dentro di noi. Non può essere sufficiente trovarlo fuori di noi: troppo incerto il cammino esterno per poter fare a meno della stabilità che ci è offerta dal prendere rifugio in noi. Che non vuol dire rinchiudersi nella propria paura. Vuol dire aprirsi alla verità del presente, vuol dire navigare a vista, accettare che la mappa non ce l’ha nessuno e che siamo responsabili di noi e di tutti gli altri. Verità è una parola che può avere molti significati. Nella mindfulness significa riconoscere ciò che è presente – senza giudicarlo – e mettere l’intenzione di accettarlo. Anche accettazione è una parola che può avere molti significati. Non significa rassegnazione, significa, piuttosto, coraggioso coinvolgimento con la nostra esperienza. Perché più rimaniamo presenti, più rimaniamo presenti alla realtà del momento – assolutamente unico – che stiamo vivendo più ci troveremo in grado di scegliere direzioni virtuose. Nessuno ha la mappa di questa tempesta. Tutti siamo chiamati a collaborare alla costruzione di una mappa personale e collettiva. Stiamo imparando, come dice Rumi, a farci visita regolarmente.

Essere pronti significa essere in contatto con la propria vulnerabilità piuttosto che con il biasimo per gli errori nostri o altrui. Tara Brach

Potremmo non  apprezzare quello che troviamo facendoci visita regolarmente ma possiamo stare in modo compassionevole di fronte a questa verità, senza vestirci di nuovo con la maschera delle buone intenzioni che cadono nella pratica. In questo senso la mindfulness può aiutarci a trovare la pace: la pace che nasce dall’accettare quello che c’è ed imparare a rimanere presenti alla verità della nostra vita.

Prendere rifugio

Nella tradizione buddista si prende rifugio nella presenza, nell’etica e nella comunità dei praticanti (Buddha, dharma, sangha), nella tradizione cattolica si prende rifugio nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo; nella tradizione induista in Sat-Chit-Ananda, la consapevolezza e la beatitudine dell’amore, la verità ultima delle cose. Il punto centrale, in ogni caso, è l’importanza di sentire che la chiamata che ci invita a prendere rifugio non viene scacciata dalla coscienza ma ascoltata. Questa quarantena può essere il nostro lungo, inaspettato, personale ritiro. Quello in cui siamo invitati ad incontrarci senza troppe divagazioni. Abbiamo bisogno di strumenti per affrontare un lungo ritiro e la pratica di mindfulness può offrirceli. Avremo bisogno di vagare e distrarci ma se non ascoltiamo questo invito – l’invito allo stare qui “Being here” – se non torneremo indietro “coming back” quando vaghiamo, la nostra quarantena si trasformerà in inquietudine. Se ascoltiamo questo richiamo, nel momento in cui usciremo da questo lungo ritiro, saremo più consapevoli di quello che è davvero importante per noi. Più consapevoli di quello di cui abbiamo davvero bisogno.

Le meditazioni di Thich Nhat Hanh sono spesso molto semplici, nient’altro che gesti quotidiani in cui ci chiede di entrare in consapevolezza. Una volta, durante un ritiro al San Francisco Zen Center,  gli venne chiesto delle regole per meditare meglio e Thich Nhat Hanh rispose Sorridete e respirate. Queste sono le regole base.

Io aggiungerei un’altra pratica che Thich Nhat Hanh suggerisce “La meditazione dell’abbraccio” che possiamo fare con una delle sue varianti più intime. Mettiamo a fuoco, dentro di noi una persona che amiamo, una persona neutra, una persona con la quale abbiamo una relazione difficile. Mettiamole a fuoco una per volta. Immaginiamo di guardarci negli occhi e di ripetere, di fronte ad ognuna di queste persone “Sono consapevole che morirò. Sono consapevole che morirai. E in mezzo abbiamo questi momenti da vivere insieme”. Questi momenti da vivere insieme possono essere il nostro rifugio, spogliato da tutto quello che non è necessario, troviamo tutto quello che è davvero importante per noi.

Per chi non ha rifugio: la solidarietà alimentare

In questi giorni conduco una pratica gratuita su FB e pratiche gratuite su YouTube ma so bene che queste pratiche sono rivolte a chi ha una casa, una connessione internet, un device elettronico. Non tutti siamo in queste condizioni. Ci sono molte categorie di persone per le quali la quarantena vuol dire aver perso in modo totale la possibilità di lavorare e comprare cibo. Ci sono gli homeless che trovano i dormitori chiusi. Ci sono persone che per varie ragioni non hanno la possibilità di prendere rifugio. Sono gli ultimi, i primi a cui prestare soccorso.

Da molti anni collaboro con la Caritas diocesana di Chiavari per la formazione ai volontari, per il sostegno ai progetti del Centri Operativi Caritas. Ho scelto loro, insieme ad Emergency perché li conosco personalmente. So come usano i fondi che ricevono, attraverso i Centri d’ascolto e lo sportello di Ascolto aperto nei loro uffici. A loro andrà la mia “decima” che, per vecchia tradizione, è la pratica di offrire in beneficienza il decimo dei proventi guadagnati. In questo caso andrà a loro la decima dei proventi guadagnati con le attività online che inizieranno ad Aprile. Le azioni altruistiche devono nascere dalla consapevolezza dei propri limiti, non dal senso di colpa. Se sei interessato a partecipare al sostegno nei confronti di chi non ha rifugio questo è l’IBAN della Caritas diocesana di Chiavari IT02Z 05034 31950 000000102862. Non farlo perché ti senti in colpa. Fallo solo se senti che nasce dalla consapevolezza che questo è un modo per prenderti cura anche di te, perché nessuno si salva da solo. Fallo quando ti senti pronto e dai a te stesso la libertà di dire “Non posso”. L’amore e la verità vanno sempre a braccetto.

Che fine ha fatto il mio ritiro

Reparenting ourselves è il ritiro che è stato spostato a settembre. Un ritiro per il quale avevo lavorato mesi. Mesi di studio, di pratica, di collaborazione con Susan Bögels. Nell’attesa, con le persone che si sono iscritte e quelle che continuano ad iscriversi, abbiamo costituito un kalyana mitta, un gruppo di amicizia spirituale che si incontrerà una volta al mese su Zoom per esplorare come rendere la pratica viva nella nostra vita quotidiana. Sarà un modo per coltivare le attitudini interiori che svilupperemo nel ritiro. Un modo per credere che approderemo al nostro vero rifugio, comunque vadano le cose. Un modo per coltivare la fiducia nel futuro e la memoria del futuro. Non lasciare che la quarantena spazzi via la tua memoria del futuro, quella che permette di immaginare i passi successivi della nostra vita. Stare nel presente non vuol dire perdere il senso della prospettiva. Vuol dire avere, nei confronti del nostro futuro, tutta la flessibilità che è necessaria.

Stamattina alle 10 su YouTube c’è la pratica di Self compassion: ti aspetto!

© Nicoletta Cinotti 2020

Photo by Arto Marttinen on Unsplash

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