Malgrado si possa essere definiti come una delle generazioni che danno più cura a se stessi sul piano della forma fisica, estetica e del benessere socio-economico, molti di noi soffrono per la mancanza di una profonda cura di sé. Una mancanza che spesso è alla base di molti atteggiamenti di cura più legati all’immagine. Questo dipende, a mio avviso, da due elementi essenziali: la paura di riconoscere la realtà rispetto al dolore e l’illusione che le soluzioni già pronte che troviamo possano essere efficaci, senza troppo impegno.

La paura del dolore

Perché sia possibile nutrire un vero atteggiamento di cura nei confronti di sè stessi è necessario riconoscere la natura e la profondità del nostro dolore. Un processo che non è facile perché spesso mischiamo insieme dolore e sofferenza. Se il dolore è la risposta fisiologica ad un’offesa subita, la sofferenza spesso nasce dalla reazione che inneschiamo rispetto a questo dolore e tende a ripresentarsi in modalità automatiche e costanti di risposta. Sono degli Schemi (pdf) che ci sembrano esplicativi dell’offesa subita e che spesso innescano una catena di azioni e reazioni. Questi schemi organizzano le nostre risposte ma non curano il nostro dolore.

Curare il dolore

Perché il dolore possa essere davvero curato è necessario riconoscerlo e distinguerlo dalla reazione che suscita e poi è necessario confortarlo. Uno dei protocolli basati sulla mindfulness che si occupa specificatamente di questi temi è il programma Mindfulness Self Compassion che approfondisce l’uso della pratica di Metta come strumento per la regolazione delle emozioni. È sempre all’interno di questo programma che nasce l’approccio di reparenting. Il dolore che emerge infatti non sempre è un dolore attuale. Molto spesso è la “fiammata di ritorno di un vecchio dolore” che sorge proprio perchè abbiamo iniziato ad offrire gentilezza, cura e compassione e a noi stessi. Quando iniziamo a volerci bene emergono le situazioni passate in cui non siamo stati amati come avremmo avuto bisogno.Paradossalmente, sperimentiamo la fiammata di ritorno del dolore del passato solo perché ci sentiamo abbastanza sicuri per abbassare le difese e aprirci a vecchie ferite. La self-compassion ci offre la possibilità di sperimentare una forma di re-parenting ma stavolta siamo noi i genitori di noi stessi e abbiamo la possibilità di offrirci quella cura e quel conforto che non sono stati possibili nella nostra infanzia, riparando così anche la relazione di attaccamento che abbiamo sperimentato nel passato

Il ritorno di fiamma e la psicoterapia

Il processo di re-parenting  avviene anche in una psicoterapia compassionevole. Le vecchie ferite emergono nel contesto di una relazione sicura e compassionevole; lo psicoterapeuta e il paziente rispondono alle ferite in un modo più benevolo e comprensivo; e gradualmente la conversazione con il clinico viene interiorizzata dal cliente come la sua stessa voce compassionevole. Tuttavia, possono essere necessari anni perché il processo avvenga. Sfortunatamente, finché il paziente non ha stabilito una base interiore sicura per lavorare con le emozioni difficili, potrebbe non avere la forza interiore di gestire ricordi traumatici che possono emergere nella relativa sicurezza dello studio dello psicoterapeuta. È qui che la pratica della self-compassion e del reparenting possono diventare un sostegno quotidiano e “portatile” offrendo una serie di pratiche che hanno proprio lo scopo di riportare ad una sana relazione di attaccamento con sé stessi.

In breve vorrei elencare alcuni aspetti importanti del lavoro di reparenting:

Meditare sulla gentilezza amorevole

Questa meditazione usa il potere della connessione con gli altri, tanto quanto la mindfulness usa il potere dell’attenzione focalizzata. La connessione con gli altri, infatti, è uno degli elementi che in condizioni di dolore, si viene a perdere. Quando soffriamo la nostra risposta tende a portarci in una condizione di assorbimento in sé, isolamento e autocritica e la pratica di Metta vuole riportare maggiore salute proprio offrendo un antidoto a questi tre elementi.

La gentilezza è il frutto della consapevolezza e la consapevolezza è il fondamento della gentilezza

Se è importante imparare ad ancorarsi al corpo e imparare ad ancorare le emozioni al corpo, è altrettanto importante imparare ad usare le parole come àncora dell’attenzione. Ed è proprio questo quello che facciamo attraverso la pratica di gentilezza amorevole. Ogni volta che, mentre ripetiamo le parole delle frasi di benedizione, ci accorgiamo di vagare, possiamo riportare l’attenzione alle parole stesse o – se siamo molto disorientati – riportarla per qualche momento al respiro per poi riprendere la ripetizione. Praticando intensivamente questa meditazione possono emergere emozioni forti, come la gelosia, l’invidia, l’odio, l’autocritica. Di nuovo, se le emozioni sono molto intense, possiamo ancorarci al corpo, per riprendere poi quando sentiamo la nostra attenzione sufficientemente stabilizzata. Nel farlo facciamo reparenting delle nostre emozioni difficili, con le quali impariamo una nuova modalità di relazione che non passa attraverso la repressione ma attraverso l’esplorazione.

L’ancoraggio al corpo

L’ancoraggio può avvenire attraverso la consapevolezza del respiro o delle sensazioni fisiche. La consapevolezza del respiro è uno strumento eccellente per focalizzare l’attenzione e portarla nel momento presente ma in alcuni casi può risultare difficile. Persone con preoccupazioni ipocondriache o con difficoltà di concentrazione, possono fare molta fatica con la consapevolezza del respiro.

Allora la bioenergetica offre una strada efficace: quella che, a partire dalle aree di tensione, permette di esplorare e sciogliere l’emozione trattenuta nel corpo. Ogni muscolo contratto, dice Lowen, è un muscolo arrabbiato. La consapevolezza ottenuta attraverso i movimenti di bioenergetica permette di capire come mai il nostro corpo si è “arrabbiato” o collassato o come mai ci mette paura. In questo caso il fluire delle sensazioni in una parte definita del corpo – con una mindfulness orientata – può avere la funzione di stabilizzazione dell’attenzione.

Focus sul cambiamento

Ciò che cambia con la pratica di meditazione non è tanto quello che sentiamo ma la presenza e l’accettazione delle nostre emozioni in modo che riprendano a fluire e cambiare, senza diventare ostacoli fissi al nostro benessere. È una pratica che diventa una forma di reparenting dove, a partire da noi, custodiamo e  curiamo l’affetto e la gentilezza verso noi stessi e verso cerchi sempre più ampi di relazione. Per cui è importante abbandonare le aspettative su come sentirsi durante i periodi di pratica: i cambiamenti positivi possono arrivare in modo inaspettato e improvviso, non determinato direttamente dalla nostra volontà. Proprio come la guarigione che arriva come se fosse un’insperata primavera.

Il potere delle parole

Le parole hanno una carica energetica e un potere perchè organizzano la nostra mente e i nostri processi di pensiero. Inoltre spesso abbiamo molte capacità linguistiche di descrizione del mondo esterno ma poche capacità espressive del nostro mondo interno. Le quattro frasi tradizionali della pratica di Metta comportano l’apertura della gentilezza dal mondo interno – noi stessi e le persone a noi care – fino a raggiungere le persone con le quali abbiamo una relazione difficile e tutto il nostro mondo esterno. Malgrado non ci sia una rigida struttura delle frasi è importante fare riferimento sempre ad un elenco di frasi. In questo modo potremo approfondire la consapevolezza e passare in seguito, se necessario, all’uso di frasi adeguate alle singole situazioni.

Ripetizione e contemplazione

Le frasi hanno un efficacia proprio grazie alla loro ripetizione che ha l’effetto di calmare la mente, offrendo stimoli che sono di natura contemplativa e riflessiva. Le frasi della pratica di Metta sono come brani di contemplazione, da approfondire ed esplorare per poterne cogliere, il senso profondo, il loro gusto naturale, non coperto da “aromi” o “conservanti”.

Organizzare le frasi intorno al riconoscimento dell’esperienza di dolore, al desiderio di alleviare il dolore – nostro e altrui – ci permetterà di riconnetterci alla nostra umanità comune, sciogliendo quell’isolamento che spesso rende molto gravi anche le pene più lievi.

a cura di ©Nicoletta Cinotti 2023

Formazione in reparenting

 

 

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