Malgrado si possa essere definiti come una delle generazioni che danno più cura a se stessi sul piano della forma fisica, estetica e del benessere socio-economico, molti di noi soffrono per la mancanza di una profonda cura di se. Una mancanza che spesso è alla base di molti atteggiamenti di cura superficiale e più legati all’immagine. Questo dipende, a mio avviso, da due elementi essenziali: la paura di riconoscere la realtà rispetto al dolore e l’illusione che le soluzioni già pronte che troviamo possano essere efficaci.

La paura del dolore

Perché sia possibile nutrire un vero atteggiamento di cura nei confronti di se stessi è necessario prima riconoscere la natura e la profondità del nostro dolore. Un processo che non è facile perché spesso mischiamo insieme dolore e sofferenza. Se il dolore è la risposta fisiologica ad un’offesa – di varia natura – subita, la sofferenza spesso nasce dalla reazione che inneschiamo rispetto a questo dolore e tende a ripresentarsi in modalità automatiche e costanti di risposta. Sono degli Schemi (pdf) che ci sembrano esplicativi dell’offesa subita e che spesso innescano una catena di azioni e reazioni. Questi schemi organizzano le nostre risposte ma non curano il nostro dolore.

Curare il dolore

Perché il dolore possa essere davvero curato è necessario riconoscerlo e distinguerlo dalla reazione che produciamo ad esso e poi è necessario confrontarlo. Uno dei protocolli basati sulla mindfulness che si occupa specificatamente di questi temi è il programma Mindfulness Self Compassion che approfondisce l’uso della pratica di Metta come strumento per la regolazione delle emozioni.

La pratica di Metta

La pratica di Metta è una pratica introdotta nella tradizione buddista nel 5°  secolo da un monaco, Buddhaghosa, che raccolse le brevi istruzioni date dal Buddha ad un gruppo di monaci che temevano di vivere nella foresta.

In quel discorso l’antidoto per la paura è la gentilezza amorevole, – traduzione della parola Pali Metta – Questa pratica è stata diffusa al di fuori dell’ambiente strettamente buddista,  grazie alla conoscenza sempre maggiore delle pratiche di meditazione, avvenuta a partire dagli anni ’60 e fu introdotta nel protocollo MBSR, ideato da Jon Kabat Zinn,come una delle pratiche fondanti del programma stesso. Lo scopo della gentilezza amorevole – della pratica di Metta – è, potremmo dire, quello di connetterci attraverso il nostro comune desiderio di essere felici, senza aumentare gli aspetti egoici. Quando riconosciamo dentro di noi l’istinto di cura per se stessi, siamo maggiormente inclini ad estenderlo anche nei confronti degli altri.1997153_s

La pratica di Metta si fonda sulla pratica Mindfulness, ossia sulla consapevolezza di ciò che avviene nel momento presente. Quando siamo addolorati, preoccupati dalle nostre storie personali, spesso perdiamo la consapevolezza del presente, o la restringiamo ad un unico punto. La Mindfulness ci offre la possibilità di sentire il nostro dolore, rimanendo fuori dal dramma che ci costruiamo accanto.

Meditare sulla gentilezza amorevole

Questa meditazione usa il potere della connessione con gli altri, tanto quanto la mindfulness usa il potere dell’attenzione focalizzata. La connessione con gli altri, infatti, è uno degli elementi che in condizioni di dolore, si viene a perdere. Quando soffriamo la nostra risposta tende a portarci in una condizione di assorbimento in se, isolamento e autocritica e la pratica di Metta vuole riportare maggiore salute proprio offrendo un antidoto a questi tre elementi.

La gentilezza è il frutto della consapevolezza e la consapevolezza è il fondamento della gentilezza

Variare l’ancoraggio

Se, come abbiamo visto, è importante imparare ad ancorarsi al corpo e imparare ad ancorare le emozioni al corpo, è altrettanto importante imparare ad usare le parole come àncora dell’attenzione. Ed è proprio questo quello che facciamo attraverso la pratica di gentilezza amorevole. Ogni volta che, mentre ripetiamo le parole delle frasi di benedizione, ci accorgiamo di vagare, possiamo riportare l’attenzione alle parole stesse o – se siamo molto disorientati – riportarla per qualche momento al respiro per poi riprendere la ripetizione. Praticando intensivamente questa meditazione possono emergere emozioni forti, come la gelosia, l’invidia, l’odio, l’autocritica. Di nuovo, se le emozioni sono molto intense, possiamo ancorarci al corpo, per riprendere poi quando sentiamo la nostra attenzione sufficientemente stabilizzata.

Acquisire una capacità

La gentilezza amorevole verso se stessi e verso gli altri è una capacità naturale che alcune persone esprimono con facilità mentre per altre è più complessa. La maggior parte di noi comunque, inizialmente, trova difficile questa pratica. La principale ragione sta, credo, nell’aspettativa che abbiamo rispetto a come dovremmo sentirci. Fortunatamente funziona anche se non sentiamo qualcosa in particolare, ma questa sospensione delle sensazioni spesso è molto demotivante. Per questo è importante radicarla nella nostra più profonda motivazione: l’intenzione di prendersi cura di sé e degli altri. Qualche volta questa intenzione fa emergere buoni sentimenti, altre volte dubbi o giudizi, altre volte ancora, un torpore neutro o noioso.

Focus sul cambiamento

Infatti ciò che cambia con questa meditazione non è – in modo diretto – ciò che sentiamo ma la presenza alle nostre emozion in modo che esse stesse riprendano a fluire e cambiare, senza diventare ostacoli fissi al nostro benessere. Per cui è importante abbandonare le proprie aspettative su come sentirsi durante i periodi di pratica: i cambiamenti positivi possono arrivare in modo inaspettato e improvviso, non determinato direttamente dalla nostra volontà.

Il potere delle parole

Le parole hanno una carica energetica e un potere perchè organizzano la nostra mente e i nostri processi di pensiero. Inoltre spesso abbiamo molte capacità linguistiche di descrizione del mondo esterno ma poche capacità espressive del nostro mondo interno. Le quattro frasi tradizionali della pratica di Metta comportano l’apertura della gentilezza dal mondo interno – noi stessi e le persone a noi care – fino a raggiungere le persone con le quali abbiamo una relazione difficile e tutto il nostro mondo esterno. Malgrado non ci sia una rigida struttura delle frasi è importante fare riferimento sempre ad uno stesso elenco di frasi, anzichè variare in relazione al nostro umore o bisogno del momento. In questo modo potremo approfondire la consapevolezza e passare in seguito, se necessario, all’uso di frasi adeguate alle singole situazioni.

Ripetizione e contemplazione

Le frasi hanno un effecacia proprio grazie alla loro ripetizione che ha l’effetto di calmare la mente, offrendo stimoli che sono di natura contemplativa e riflessiva. Le frasi della pratica di Metta sono come brani di contemplazione, da approfondire ed esplorare per poterne cogliere, il senso profondo, il loro gusto naturale, non coperto da “aromi” o “conservanti”.

Organizzare le frasi intorno al riconoscimento dell’esperienza di dolore, al desiderio di alleviare il dolore – nostro e altrui – ci permetterà di riconnetterci alla nostra umanità comune, sciogliendo quell’isolamento che spesso rende molto gravi anche le pene più lievi.

a cura di ©Nicoletta Cinotti

 

 

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