Stamattina sono uscita presto a camminare e così ho incontrato i genitori che accompagnavano i figli a scuola o che aspettavano alla fermata del pulmino. Li ho visti nel momento del saluto e nel momento in cui abbiamo bisogno di salutarci. Una breve pausa ma una distanza grande quella tra casa e scuola. Simbolicamente grande perché segna l’esperienza dell’autonomia.

Mi sono ricordata di quando accompagnavo mio figlio a scuola e mi sono chiesta se davvero lo lasciavo a scuola oppure se, invece, lo tenevo con me, simbolicamente con me.

Se voglio essere onesta devo dirmi che l’ho sempre tenuto con me. All’esterno sempre libero di andare ma dentro di me non l’ho mai lasciato andare. L’ho sempre tenuto per mano. Non era un suo bisogno ma il mio bisogno di tenerlo per mano come se questo “tenerlo” mi desse un senso e uno scopo di cui io avevo bisogno.

Adesso vorrei lasciarlo andare, vorrei smettere di tenerlo per mano. Lui se n’è già andato e, formalmente, io ho facilitato la sua uscita in tutti i modi possibili ma dentro di me continuo a tenerlo per mano e continuo ad avere un’età anacronistica per me e per lui.

Nell’aprire la mano e lasciare quell’attaccamento mi rendo conto che adesso, in quella mano vuota, si aprono diverse ragioni e fioriscono diversi compiti di sviluppo. In quella mano vuota fermentano e maturano diverse età della vita. Non lo so cosa succede ad una mano vuota perché non l’ho mai avuta prima d’ora, mi sembra di essere sempre stata per mano a qualcuno o a qualcosa. Mi pare di essere abbastanza cresciuta per camminare senza tenere niente per mano. E in questa libertà c’è un sussulto di gioia e una vena di sorpresa. Entrambe sono preziosi ingredienti del non sapere e sorgono quando lasciamo spazio al vuoto.

Non arrenderti troppo velocemente alla solitudine. Lascia che fermenti e maturi come pochi ingredienti, umani o divini, sanno fare. Hafez

Pratica di mindfulness: I suoni del silenzio

© Nicoletta Cinotti 2022 Reparenting ourselves. Ritiro di bioenergetica e mindfulness

 

 

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