È certo: sono un’anima divisa in due. Una parte di me è seria e riflessiva e un’altra ha voglia di giocare e di divertirsi. Forse sono le due facce della stessa medaglia: quella della vita. Non lo so ma l’altra sera sono andata a sentire Al Raseef, un gruppo che fa musica balcanica con contaminazioni arabe e mi sono divertita moltissimo. Il commento di mio marito è stato che picchiavano come se li pagassero a colpi ma lui è molto più raffinato di me in fatto di musica. Se vi capita andate a sentirli: hanno una bella energia

Perché vi dico questo? Perché siamo sul bordo dell’anno. Quello che divide la popolazione in due gruppi. Quelli che odiano il capodanno e non vedono l’ora che passi e quelli che non vedono l’ora che arrivi. Poi ci sono gli indecisi che sono un anno da una parte e un anno dall’altra. A qualunque gruppo apparteniate ho pensate di fare un vademecum semi-serio su come arrivare al meglio al 31 dicembre 2019. Infatti, nella mia ambizione, mi allargo a tutto l’anno. Partiamo dai preparativi.

Primo preparativo: lasciar andare

Nella tradizione è alla fine dell’anno che dovremmo lasciar andare qualcosa. C’è chi lo brucia. C’è chi lo butta semplicemente (a Napoli può capitare di vedere anche qualcuno che lo butta dalla finestra: non fatelo!).

In ogni caso affidiamo volentieri al fuoco le cose che vogliamo lasciar andare perché porta trasformazione. In effetti è così: lasciar andare porta trasformazione. È necessario perché arrivi qualcosa di nuovo.

Quindi, se vuoi approfittare potresti iniziare scrivendo qualcosa che vorresti lasciar andare di quest’anno appena trascorso. Ci sono molte cose che si sono concluse e che facciamo fatica a lasciar andare perché vorremmo che fossero andate diversamente. Non possiamo cambiare il passato: lasciarle andare ci permette di scendere a patti con questa verità ovvia eppure disattesa.

Nel lasciare andare metterei anche due delle cose che rendono più spessi e solidi i confini del nostro carattere. Il nostro bisogno di essere speciali e il nostro bisogno di avere sempre ragione. Il bisogno di essere speciali prende molte forme. A volte ci spinge al perfezionismo in una delle aree della nostra vita, altre volte ci fa combattere con dei cambiamenti che sono, invece, inevitabili. In ogni caso il problema è legato al nostro bisogno di essere apprezzati, in particolare per qualcosa e cambia il nostro senso delle proporzioni. Così alcuni aspetti di noi diventano grandiosi e altri esageratamente svalutati. Accettare la nostra vita per com’è con lati luminosi e in ombra ci permette di essere realisti, al di là della lode e del biasimo.

E lo stesso vale per il nostro bisogno di avere ragione che a volte ci porta ad esagerare con l’intensità del nostro volume. In quello che accade ci sono molte sfumature e riconoscere il diritto all’esistenza di altri punti di vista è un potente pacificatore ma anche un potente fattore di dialogo.

E tutti noi abbiamo bisogno di trovare modi per rimanere in dialogo con il resto del mondo.

 

Secondo preparativo: ringraziare

A volte abbiamo un senso espanso della nostra forza e della nostra fatica e dimentichiamo di vedere il contributo degli altri. Non siamo isole, anche se a volte ci sentiamo così.

Forse potrebbe essere una buona idea, anziché spammare dei consueti auguri di fine anno, fare una lista delle persone che desideri ringraziare e ringraziarle. Difficile pensare che non ci sia qualcuno che dovresti o potresti ringraziare. Questo è davvero il miglior augurio che si possa ricevere. Sentire che quello che hai fatto, che quello che hai dato è stato riconosciuto. Ringraziare non è lodare, anche se a volte tendiamo a confonderli.

Lodare aumenta l’importanza personale della persona dalla quale sentiamo di aver ricevuto qualcosa.

Ringraziare ci restituisce parità e io sono un’appassionata di democrazia. Niente di più democratico del ringraziare.

L’altro grande vantaggio del ringraziare è che non dà nulla per scontato: né le cose belle, né le cose brutte. Considera equanimemente entrambe. Ringrazia per le cose belle e fai il punto su quello che hai imparato dalle cose brutte che sono successe. È un modo per lasciarle andare e vederle con maggiore serenità.

Sono convinta che una parte della ripetizione della nostra vita nasca proprio dal fatto che non prestiamo abbastanza attenzione al processo d’apprendimento.

Ci accontentiamo di averle superate – cosa sempre bella – ma non focalizziamo che cosa abbiamo imparato. E, fino a che non abbiamo imparato tornano. Come se fossimo studenti ripetenti della vita.

Ritornano, più e più volte.

Quindi ringraziare ci serve anche per mettere in cascina il fieno dei nostri apprendimenti: così quello che abbiamo vissuto non è passato invano.

Terzo preparativo: mettere le intenzioni

A questo punto siamo pronti per mettere le intenzioni. Uno degli aspetti più creativi della pratica di meditazione.

Mettere l’intenzione è un esercizio contemplativo che deriva dalla tradizione tibetana e presuppone una connessione con le nostre aspirazioni più profonde in modo che queste possano dare forma alle nostre azioni. Mettiamo le nostre intenzioni e le riaffermiamo per andare nella direzione che è veramente significativa per noi, anche se poi, per andare avanti, abbiamo bisogno della nostra motivazione. Abbiamo bisogno che la motivazione ci faccia da traino.

Se la nostra intenzione è correre una maratona ci sarà un momento in cui ci chiederemo “Perchè lo sto facendo?” e, in quel momento ci vuole qualcosa che vada al di là di una ragionevole motivazione. Qualcosa che ci connetta con le nostre aspirazioni e che ci permetta di andare al di là dei nostri – forse ragionevoli – dubbi e malumori. Conscia o inconscia la nostra motivazione è il perchè che sta dietro alle nostre azioni mentre l’intenzione ne è la scintilla.

Come fare in pratica

Partiamo sempre dalla posizione: comoda e dignitosa. L’importante è che abbia un suo radicamento. Poi, con gli occhi chiusi, prendiamo qualche respiro profondo – diaframmatico o addominale – e lo facciamo seguire da una lenta espirazione per qualche volta. È nello spazio che segue l’espirazione che possiamo – a questo punto – porci una domanda. “Cos’è che ha valore per me? Cosa mi auguro, profondamente, nel cuore, per me, per le persone che amo e per il mondo Intero?

Rimaniamo con queste domande e aspettiamo che emerga una risposta, senza preoccuparci che accada subito. Rimaniamo con la domanda che ha più valore – forse – della risposta, lasciando questa domanda aperta anche dopo la fine della pratica, se necessario e se non è emerso  un tema specifico.

Alla fine possono formarsi un insieme di pensieri o intuizioni che possono dare vita ad una specifica intenzione. Ogni tanto – che può essere ogni giorno, ogni settimana, ogni mese – verifica cosa è successo rispetto alla tua intenzione. Verifica se, nel frattempo hai cambiato strada (e in questo caso ridefinisci la tua intenzione) o se hai semplicemente deragliato, perdendola di vita

La direzione della nostra vita

È la nostra intenzione che dà una direzione alla nostra vita e la meditazione è il modo per affinare la nostra intenzione. Abbiamo solo bisogno di essere realisti rispetto allo standard delle nostre intenzioni.Come diceva Suzuki Roshi, “Siamo completamente perfetti. Abbiamo bisogno solo di qualche aggiustamento”. Abbiamo tutto quello che ci è necessario: dobbiamo solo affinarlo. La meditazione è il processo che ci permette di farlo. Quello che affiniamo è la nostra intenzione.

Buon anno, amico completamente perfetto!

© Nicoletta Cinotti 2018

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