Se mi chiedeste qual è la diagnosi più diffusa tra i miei pazienti, non risponderei depressione o disturbo post-traumatico da stress, anche se queste condizioni sono tutte fin troppo comuni tra coloro che ho conosciuto, amato e guidato verso la libertà. No, direi la fame. Siamo affamati. Abbiamo fame di approvazione, attenzione, affetto. Fame della libertà di accogliere la vita e di conoscere ed essere realmente noi stessi.

La mia personale ricerca della libertà e i miei anni di esperienza come psicologa clinica autorizzata mi hanno insegnato che la sofferenza è universale. Sentirsi vittime, invece, è facoltativo. C’è una differenza tra essere vittime e sentirsi vittime. È probabile che ci troveremo tutti nella condizione di vittime, in un modo o nell’altro, nel corso della nostra vita. Prima o poi subiamo qualche forma di afflizione o calamità o abuso, causata dalle circostanze o dagli altri o dalle istituzioni, per qualcosa su cui abbiamo un controllo limitato o inesistente. Questa è la vita. E questo è essere vittime. È qualcosa che proviene dall’esterno. È il vicino di casa prepotente, il capo che si arrabbia, il marito violento, l’amante che tradisce, la legge discriminatoria, l’incidente che vi manda in ospedale. Per contro, sentirsi vittime è una condizione che viene da dentro. Soltanto voi potete fare di voi stessi una vittima. Diventiamo vittime non per qualcosa che ci succede, ma quando scegliamo di aggrapparci al nostro vittimismo. Sviluppiamo una mentalità da vittima, un modo di pensare e di essere rigido, colpevolizzante, pessimista, bloccato nel passato, inflessibile, punitivo e senza sani limiti o confini. Diventiamo i carcerieri di noi stessi quando scegliamo di rimanere entro i confini della mentalità da vittima. @Edith Eva Eger

©www.nicolettacinotti.net per la Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”

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