Succede che accompagni le persone verso la separazione così come succede che le accompagni verso la pacificazione. Faccio il “ponte” tra le due parti. Non sempre si tratta di coppie. A volte sono soci, a volte fratelli o sorelle (non avete idea di quanti liti fra fratelli esistano al mondo!). In questi casi, anche se davanti a me c’è una persona sola, immagino sempre anche chi sta dall’altra parte, giusto per riannodare i fili. Cerco di andare avanti fino a che andare avanti è sensato, perché l’accanimento terapeutico è sempre un rischio per tutti, anche per gli psicologi.

Così mi sono data un segnale: quando arrivo a quel punto capisco che non c’è più pacificazione da fare ma c’è da accompagnare verso un saluto. Il segnale che mi sono data non è l’intensità del conflitto (anche se quello è un segnale di pericolo) e nemmeno il vantaggio economico o relazionale del trovare una mediazione. Il segnale che mi sono data è se quelle persone hanno ancora una storia da raccontarsi. Perché quando una relazione finisce quello che succede è proprio che finisce la storia. Uno dei due – a volte entrambi – non hanno più una storia da raccontare che coinvolga l’altro. Le loro storie hanno preso direzioni diverse. Quello che è entrato nel mezzo è il silenzio della rottura.

Questo non significa, come spesso viene detto, che è importante “parlarsi”. Possiamo parlarci all’infinito e non avere una storia ma solo un disco che ripete sempre le stesse cose. Avere una storia significa avere un passato alle spalle che spinge a qualcosa di costruibile e non ancora costruito. Avere un presente che orienta al possibile. Avere ancora qualcosa da scambiarsi. Qualcosa che, passando da una mano all’altra, ci torna indietro con qualcosa in più e noi lo restituiamo con un’ulteriore aggiunta. Penelope ha potuto aspettare Ulisse perché aveva una storia da raccontargli, anche se lui non c’era. E lui è tornato a casa perché quella era la sua storia, una storia che non poteva finire su altre spiagge

Quando non abbiamo più storia entriamo in un silenzio che non ha uguali: devi averlo ascoltato una volta per sapere quanto è profondo. È il pozzo in cui finiscono tutte le storie e accettare quel silenzio non è facile perché ci sprofondi dentro. Non è facile perché raramente la storia finisce contemporaneamente. Così uno dei due rimane a parlare nel vuoto, con tutte le sue parole che non trovano più ascolto.

Quella però non è solo la fine: è il momento in cui iniziare ad ascoltarsi. Il momento in cui riprendere il filo delle nostre storie interrotte e riannodarle alla trama della nostra vita. Ognuna di queste storie ci ha insegnato qualcosa. Ognuna di queste storie ci ha spinto in una direzione diversa. Dobbiamo solo fare un passo: un passo nuovo

Pratica di mindfulness: Non sapere è la più grande intimità

© Nicoletta Cinotti 2022 Training internazionale in Mindful Parenting

 

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