Se mente e cuore uniti ci permettono di essere un intero continente da esplorare, se separare mente e cuore porta ad inaridire la nostra esperienza, come mai siamo così affezionati alla nostra separazione? Come mai insistiamo nel tenere ben distinti cuore e pensiero, mente ed emozioni? Cosa pensiamo di risparmiarci con questa separazione di intenti e di affetti?

In questa divisione c’è chi preferisce il regno delle emozioni e si trasforma in una sorta di incontrollabile bambino, che irride a chi tenta di mettere argini a tanto disordine. Irride a chi crede che si possa fermare il fiume e portarlo al mare senza alluvioni. Ho visto persone giustificare le decisioni più insensate perché erano – ahimè – dettate dalla pancia come se non fossimo altro che istinto e impulso.

Poi c’è chi preferisce il partito opposto: quello della ragione e i vantaggi minimi ma non indifferenti che comporta. Per esempio se sentiamo un dolore è inequivocabile che qualcosa è successo a noi. Se, invece, sta nel regno dei pensieri potremmo credere che succede, in senso impersonale, ma che non è accaduto proprio a noi ma ad un altro (che poi quell’altro siamo noi ma questo non importa). Pensare a qualcosa offre un maggior controllo e ci illude di poter sapere come andrà a finire. Se poi invece non riusciamo a lasciar andare e torniamo sempre lì, al nostro passato dolore, possiamo credere di essere stupidi ma è più consolatorio pensare questo che sentire di essere feriti. E poi, infine, pensare ci mette in alto, almeno fino a che un’asse della ragione si spezza e ci fa precipitare giù.

Allora, in quel momento, tutti i vantaggi dell’aver evitato di sentire diventano poca cosa. E ancora meno sono i vantaggi dell’essere stati tutto sentimento e niente ragione. Un misero accumulo di pensieri che non ci salvano da nulla, nemmeno dal dolore. In quel momento la nostra anima è pronta, pronta per quella sfida che è data dal sentire e dall’imparare dall’esperienza. Dal mettere insieme mente e cuore. Dal vivere da scienziati e conoscere da poeti, come ripete sempre Jon Kabat-Zinn. Quella sfida che non rende invano alcun dolore perché tutti, proprio tutti, diventano nostri maestri.

E poi un’asse della ragione si spezzò
e caddi giù e giù
e urtai contro un mondo a ogni tuffo
e finii, allora, per sapere. Emily Dickinson

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR

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