Se avete un figlio avete un sacco di cose da mostrare: le foto delle vacanze, gli esami superati, le gare, la crescita, il caos nella stanza. E una serie di cose che fate fatica a vedere che non riguardano lui o lei ma riguardano voi: le volte in cui vi arrabbiate perdendo la testa. Esagerate e quando esagerate siete in un turbine. Poi passa e chiedete scusa. Fino alla prossima volta perché una cosa è certa: genitori e figli litigano sempre per le stesse cose. E hanno torto e ragioni entrambi. Perché? Perché quando nasce un figlio nasce anche un genitore ma, soprattutto, torna in vita il bambino o la bambina che quel genitore è stato.

Non voglio rifare gli stessi errori

“Non voglio rifare gli stessi errori ” diventa una specie di mantra per molti genitori che si mettono così d’impegno nel dare al proprio figlio quello che loro non hanno ricevuto (anche se, effettivamente, quella cosa lì il figlio non la voleva). Così quando questo amatissimo bambino fa un solito capriccio il genitore diventa sempre più confuso. Con tutto quello che ho fatto per lui, diventa il secondo mantra e l’interruttore di accensione di uno schema disfunzionale di risposta.

La domanda è, “Come le nostre esperienze infantili condizionano il nostro modo di fare i genitori?“A volte è un condizionamento esplicito: scegliamo lo stesso stie educativo, facciamo la stessa scelta religiosa, non vediamo l’ora di portarlo nello stesso luogo delle nostre vacanze infantili. Altre volte invece la direzione è esattamente l’opposto: vogliamo che tutto sia diverso, e migliore, di come è stato per noi. Quello che sappiamo è che lo stile di attaccamento dei genitori è un’ottimo predittore di come faranno i genitori, trasportando così, senza parole e senza genetica, le esperienze che abbiamo vissuto attraverso un bagaglio di esperienze relazionali.

Come passiamo la nostra esperienza?

La nostra esperienza si condensa in schemi di risposta formati da pensieri, comportamenti, emozioni, sensazioni fisiche e significati che diamo all’esperienza. Tendiamo a vivere questi schemi come una totalità. Se ci sentiamo abbandonati – giusto per fare un esempio – è abbastanza probabile che l’esperienza dell’abbandono (reale o percepito) attivi uno schema ripetitivo di risposta perché questi schemi organizzano il nostro modo di rispondere agli eventi difficili. Alcuni di questi schemi sono funzionali. Altri possono essere disfunzionali e possono esporci a una ripetizione dei problemi della nostra infanzia. Il problema è che quando uno schema si attiva sperimentiamo tutto il processo. Possiamo capire che cosa è successo dopo ma nel mentre siamo in preda ad una sorta di flusso difficile da fermare.

Un bambino nel ruolo del genitore

In alcuni casi è come se fossimo un bambino nel ruolo del genitore: siamo adulti, genitori “responsabili”ma agiamo che se tornasse in scena il nostro “bambino capriccioso”, oppure “esigente” o “punitivo”. Come accorgerci se siamo in questo tipo di incantesimo? È l’intensità dell’emozione che viviamo a dircelo: è sproporzionata al fatto in sé e per sé. È proporzionata alla nostra esperienza infantile ma non è adatta al momento presente. Il passato irrompe con una differenza sostanziale: siamo adulti e “dovremmo” avere un atteggiamento diverso. Facciamo un’altra ipotesi: nostro figlio ha un problema. Può essere un problema banale come rifiutarsi di fare i compiti, oppure avere un DSA (Disturbo specifico dell’apprendimento) oppure una disabilità psichica o fisica. La frustrazione che viviamo in quella situazione e nella ripetizione di quella situazione ci porta, giorno dopo giorno, al nostro stile infantile di gestire la frustrazione.

Come venirne fuori?

Il quarto e il quinto incontro del programma di Mindful Parenting mettono l’attenzione proprio su questo aspetto: riconoscere i propri schemi reattivi. Riconoscere che cosa li attiva, nominarli in modo da creare distanza (ossia non essere compulsivamente costretti ad agirli) senza perdere compassione nei confronti di noi stessi e dei nostri figli. Jeffrey Young, l’ideatore della Schema Therapy, riconosce un numero specifico di schemi disfunzionali. Quando un genitore è capace di riconoscere il proprio schema, così come le situazioni che tendono ad attivarli, si riduce la reattività e la frequenza di questi episodi. Episodi che innescano un circolo vizioso in cui genitori e figli sono incastrati in una ripetizione di situazioni frustranti che, molto spesso, portano ad una forma di evitamento esperenziale.

Piacevole, spiacevole o neutro?

I genitori non hanno mezze misure: o sono pieni di amore, orgoglio, soddisfazione oppure sono arrabbiati per qualcosa che è stato fatto (o non è stato fatto). Molto spesso senza mezze misure. Se il segreto di una genitorialità serena stesse, invece, proprio nelle mezze misure? In quel neutro in cui non sogniamo che i riflettori della ribalta siano sempre su nostro figlio e i suoi successi ma in cui ci gustiamo il ritmo quotidiano fatto di piccole cose e di tante ripetizioni? Soprattutto i genitori che sono abituati ad una vita veloce ed emotivamente intensa possono correre il rischio di tollerare e apprezzare poco i momenti “neutri”: tentando di portare troppa adrenalina rischiano anche di infiammarsi più facilmente. Apprezzare i momenti neutri può significare aumentare la tolleranza – nostra e dei nostri figli – nei confronti della noia e trovare una maniera semplice di abbassare un ritmo che sta diventando sempre più accelerato.

Invitiamo i genitori a notare le proprie modalità reattive nell’interazione con i propri figli per esplorare se ci sono similarità o connessioni con aspetti della loro relazione con i propri genitori. Riconoscere e nominare questa modalità mette una giusta distanza e apre la consapevolezza che quello che i genitori provano non sempre è “la verità”: a volte è la reazione all’esperienza, da riconoscer senza finire nella palude del senso di colpa o nella durezza della punitività, verso i figli o verso noi stessi. Susan Bogels

© Nicoletta Cinotti 2019

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