A volte mi capita di perdere qualcosa: piccoli oggetti di uso comune. Magari non li ho davvero persi ma solo dimenticati in qualche luogo insolito. Però, non trovarli, li rende improvvisamente importanti. Forse non tanto perché mi sono utili quanto proprio per la sensazione che si accompagna alla perdita. Come se la perdita disegnasse l’importanza dell’oggetto.

Poi lo ritrovo e tutto torna alla sua dimensione naturale. Questo ingigantimento che la perdita produce mi colpisce moltissimo perché mi sembra una misura di quanto ogni perdita venga vissuta come una minaccia e un silenzio. Una minaccia che chiede immediata solidarietà. Un silenzio che chiede ascolto. Come se le cose prima ti parlassero e poi, quando le perdi, non le sentissi più e ti mancasse proprio la loro voce.

La prima cosa che facciamo quando cerchiamo qualcosa che abbiamo perso è chiedere se qualcuno l’ha visto. Se ci aiuta a ricordare dove l’abbiamo lasciato. Non è per l’aiuto in se stesso, credo. È proprio per non essere soli nel momento in cui ci sentiamo più poveri.

Non è diverso quando la perdita è più importante e significativa. Cerchiamo solidarietà, la vicinanza silenziosa di altre persone. Come se questo fosse l’unico modo per attutire il dolore della perdita. Così, quando Fernando Alvarez ha deciso di non tuffarsi per rispettare un minuto di silenzio per gli attentati di Barcellona e Cambrils è diventato un grande nuotatore. Perché ha capito che in quel momento valeva di più il suo gesto di solidarietà, della gara che l’aspettava. Perché ha capito che la vera solidarietà si incontra nel silenzio.

È nel silenzio che possiamo ascoltare quali corde sta toccando la nostra vita.

Quell’uomo mi ha offerto, una sera, un bellissimo momento di silenzio. Non lo dimenticherò tanto presto. E’ uno dei miei ricordi migliori dell’anno. C’è chi serba il ricordo delle sue conversazioni, io rammento quel silenzio. Nina Berberova

Pratica di mindfulness: I suoni del silenzio

© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale

Foto di ©O POTIÑOS

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