Non so se sia possibile valutare una relazione e, soprattutto, non so se la durata sia un metro di misura valido. Offre certezza: la lista dei giorni, dei mesi, degli anni dipende dall’età dei soggetti in relazione. A quindici anni conti i giorni, a 20 i mesi. Poi contano gli anni. C’è chi si dispera perché le sue relazioni sono sempre fulminee e chi, invece, si dispera per la ragione opposta: lunghe relazioni stagnanti dalle quali sarebbe meglio uscire che rimanere.

Non sappiamo ancora bene se la durata sia in funzione dell’amore o della stagnazione. Una sorta di pigrizia sentimentale che, ad un certo punto, colpisce e rende più piacevole la monotonia della novità. Ci sono coppie per le quali solo la minaccia della fine – continua, intravista, s-misurata – rende evidente il valore della relazione. Certo che la durata è una funzione segnata , moltiplicata, divisa, sottratta dal dolore della dis-connessione e dal dolore della connessione.

Il dolore della dis-connessione

Credo che sia il dolore più primitivo che conosciamo da nati, quello del taglio del cordone ombelicale. Da lì in poi sappiamo bene che ogni chiusura comporta dolore. Magari lieve e accompagnato da sollievo ma non possiamo negare che una relazione sia anche disegnata da quanto abbiamo paura di rimanere da soli. Sembra che la tolleranza alla frustrazione – ingrediente inevitabile del secondo dolore, quello della connessione – sia connessa alla paura della solitudine. Anche quella è in relazione all’età. A vent’anni ti sembra che non sarai mai sola, al massimo sei libera. A cinquanta sola è una parola con un eco sinistro. Ma poi siamo mai davvero soli? Certo sappiamo che essere lasciati è difficile ma la nostra rete di relazioni inizia e finisce in una coppia o è molto più ampia, grande e variabile?

Non è forse la solitudine sociale lo spauracchio più grande che rende la solitudine relazionale qualcosa di più funesto? Quale solitudine viene consolata in una relazione di coppia? Forse viene consolata la solitudine del due, dell’avere un altro, un’altra speciale che ti fa compagnia e che rende il rapporto assolutamente privilegiato. La solitudine è non avere qualcuno con cui andare in vacanza, condividere una cena o, piuttosto condividere l’intimità delle proprie emozioni. Dev’essere questo che fa sì che, a volte , si sviluppi un senso di solitudine anche dentro il rapporto, quando ti rendi conto che sei accettabile solo a patto di non toccare certi argomenti. Allora quello è il punto davvero critico perché se lo stare insieme è retto da una mutua finzione reciproca non possiamo che credere che andarsene sia facile perché abbiamo già iniziato ad andarcene.

Le convinzioni sulla dis-connessione

Sarebbe molto più facile se non avessimo alcune convinzioni nascoste che lo spauracchio della disconnessione tira fuori dall’armadio ad ogni cambio di stagione. Siamo convinti di essere antipatici, troppo o troppo poco, inadeguati, poco attraenti, poco sexy, troppo grassi o troppo magri. In una parola difettosi. La convinzione più profonda che sta dietro al dolore della dis-connessione è quella del difetto e quindi essere lasciati ci pare la logica conseguenza di un’equazione che sembra matematica e invece è solo crudele verso di noi.

Alla fine ci vergogniamo del nostro essere soli come se fosse la prova dell’anatema scagliato contro di noi il giorno del nostro battesimo, “Se non sarai buono, se non sarai buona nessuno ti vorrà bene e rimarrai da sola“. Così ci sembra che si apra una contraddizione insanabile tra l’essere noi stessi e l’essere in coppia. Ma la verità sull’amore non dice altre parole? Non dice forse ti amerò anche nelle tue imperfezioni? Anzi, non dice che abbiamo bisogno di essere amati proprio lì, dove la nostra imperfezione rivela un vuoto da paura e non un pieno di affetto? Quindi per non lasciare che il dolore della dis-connessione ci blocchi non abbiamo forse bisogno di mostrarli i nostri difetti, senza imporne le loro funeste conseguenze. perchè se li nascondiamo i difetti si arrabbiano e diventano piccole o grandi prepotenze.

La preghiera dell’imperfezione

Ti prego guarda bene tutti i miei difetti. Guardali subito in modo che poi non ti sentirai ingannato quando li vedrai nella vita quotidiana. Considerali insieme ai segni del tempo, alle tracce del vissuto. Mettili insieme allo schermo di difese con le quali vado in giro ogni giorno per proteggermi soprattutto dai pericoli del mondo interno. Amami nei miei difetti perchè solo così diventeranno la parte migliore del nostro rapporto, quella in cui entrambi potremo dirci zoppi, storti e, proprio per questo, amabili.

L’inevitabilità dell’errore

È l’inevitabilità dell’errore che fa da ponte tra il dolore della dis-connessione e il dolore della connessione, perché nello stare insieme, prima o poi, ci accorgiamo che c’è qualcosa che ci sta accanto e che è difficile. Stare insieme non è banale: devi raddoppiare la tolleranza all’errore. Da una parte ci sono i tuoi, moltiplicati per i suoi. Inutile dire che prima o poi la moltiplicazione fa un conto che ha anche un peso specifico. Il peso specifico degli errori è moltiplicato dalla vendetta e sottratto dal perdono. Solo che il perdono non è solo la sensazione di aver lasciato andare risentimento e rancore. È anche un atto intenzionale che ti restituisce un senso personale di integrità. Nella fusione non c’è peccato e quindi non c’è perdono. Quando siamo due anime in un nocciolo, quando siamo innamorati, errore e assoluzione corrono gemelli e ci rassicurano. Dopo però, quando ci amiamo, non è più così immediato. L’errore ti restituisce la differenza, il senso della distanza (e la misura di quanto è grande l’area del cuore) e allora hai bisogno di portare intenzionalmente lo sguardo alla ferita, alla difesa e al desiderio. La ferita sta fuori ed è il guscio duro con il quale cerchiamo di proteggerci quando tutto è già avvenuto, la ferita sta dentro e dobbiamo consolarla prima di tutto noi. Si, il primo pronto soccorso dev’essere nostro perché non ci sia il rischio di dissanguarsi. Dopo, suturata la perdita, possiamo tornare a guardare l’altro. Tornare a guardare quello che sta dietro l’arma contundente per riprendere così il filo del legame, il filo del desiderio.

Il processo del perdono non è facoltativo

Il processo del perdono non è facoltativo perché l’errore non è un’opzione rara. Più o meno è l’errore che ci fa evolvere (il sole invece ci fa crescere). Potremmo pensare che crescere ed evolvere siano la stessa cosa ma in realtà l’evoluzione è superare uno scalino di crescita. Ci siamo evolutivi dalle scimmie, non siamo diventati solo scimmie più alte e dritte. L’errore è il momento in cui incontriamo uno scalino evolutivo: potremmo superarlo o accettarlo ma è uno scalino che, in una relazione duratura, può diventare un muro. Così, se stiamo insieme, diamoci un piano B per gli errori. Arriveranno e condizioneranno la durata più di tante altre cose. E, soprattutto, impegnati a riconoscere il dolore che l’errore – tuo o altrui – ha causato. È perché non vogliamo sentire il dolore che partiamo al contrattacco e così inauguriamo la catena di errori che porta alla separazione. Almeno per me è così. Non è mai stato l’errore che ha portato alla fine: è sempre stata la catena di reazioni e contro-reazione messe in campo per non sentire il dolore che ha portato alla parola fine. Una parola fine che a volte ha preso una forma, a volte è rimasta senza forma ma ha reso bellico il mio sguardo.

© Nicoletta Cinotti 2021

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