Siamo stati dieci mesi sotto minaccia, in una sorta di assedio su più fronti – che va dalla salute fisica a quella mentale ed economica – senza poter usare la consueta forma di cura costituita dal contatto e dalla vicinanza fisica. Ognuno a proprio modo, abbiamo attivato i nostri sistemi di difesa consueti e anche qualche sistema nuovo, studiato per l’occasione. Se il cortisolo – l’ormone dello stress – si potesse misurare su media nazionale avremmo fatto un bel balzo avanti mentre un sacco di dopamina ha girato a vuoto, senza ricompensa, nei nostri circuiti interni. L’ ossitocina, l’ormone connesso al contatto e alla vicinanza fisica, che regala sensazioni di sicurezza e di calma, ha toccato minimi storici.

Insomma, detto in parole povere, ci lasciamo alle spalle dieci mesi davvero difficili. Quello che in questi mesi mi ha portato felicità sono stati i momenti in cui, grazie alla tecnologia, ero in gruppo. Amo zoom perché mi permette di vedere il viso delle persone mentre sugli altri social vedo solo me (e qualche volte non ho voglia di vedermi). Ho amato le chiacchiere al telefono con i figli anche se detesto il telefono. Ho sentito mio fratello più quest’anno che in tutti gli anni precedenti messi assieme e un paio di volte abbiamo pianto assieme al telefono. Non piangevamo insieme da quella volta che l’ho buttato giù da un muretto per sbaglio e lui aveva due anni e si era rotto la testa. Ho amato quel luogo, sulla spalla di mio marito, che sembra fatto apposta per appoggiare la mia testa. Magari ci diciamo dieci parole in un giorno. Poi  andiamo a letto, metto la testa lì e torno a casa. La sua spalla è la mia riserva di ossitocina, insieme al viso delle persone su Zoom e alle telefonate.

Ho fatto zoom-mate che mi hanno salvato l’umore e fatto andare a letto più felice e meno sola. Perché davvero basta vedere un viso perché l’ossitocina si riprenda e con lei anche il mio umore. In questi dieci mesi sono usciti due miei libri ma mi ha reso più felice il parere dei lettori che il fatto di averli pubblicati. Sono inguaribilmente sociale senza speranza di salvezza: la mia ricompensa più alta rimangono sempre gli altri e la relazione con loro. Sono ambiziosa di contatto prima che di successo.

Adesso che siamo sul finire di quest’anno vorrei condividere con te una cosa piccola ma utile. Cosa fare con la memoria che ha attraversato i mesi di minaccia. Purtroppo le emozioni difficili – non sono mancate quest’anno – fanno abbassare l’umore e l’umore basso fa crescere la nostra tendenza a ricordare solo le cose che non sono andate bene. La memoria ci fa uno scherzo ancora peggiore: diventa generalizzante e immagina che il peggio passato si estenda sul futuro. Fai attenzione quando ti succede: non indugiare in pensieri di questo tipo. Accetta, per un giorno, che non ci sono previsioni e oroscopi. Solo per un giorno accetta che non sappiamo mai come andrà a finire e che il passato non sempre è maestro del futuro.

Fai un elenco di quelle cose che, invece, sono andate bene. Non paragonarle a niente che fosse precedente a febbraio 2020. Fai un elenco preciso e gustati tutti i piccoli o grandi momenti che sono andati bene. La nostra memoria fa ricordare solo gli eventi memorabili e dimenticare quelli quotidiani. Guarda se puoi trovare almeno dieci piccoli eventi quotidiani che ti hanno dato felicità. Perché alla fine sono quelli i momenti per i quali abbiamo il coraggio, la voglia, la forza di vivere. Sono i momenti in cui abbiamo amato: non importa chi abbiamo amato. Sono i momenti in cui abbiamo amato e ci siamo sentiti amati. Non è l’ambizione di essere primi ma il desiderio che quel posto, sulla spalla – reale o virtuale – di qualcuno, rimanga ancora a disposizione.

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra. Raymond Carver

Pratica di mindfulness: La sospensione del giudizio

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR

 

 

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