Attorno alla nostra storia passata c’è una confusione fondamentale. Da una parte vorremmo scappare dai dolori del passato, dall’altra torniamo continuamente – in modo diretto o indiretto – alle memorie difficili. Che siano relative al partner con il quale ci siamo appena lasciati o a qualcosa di più antico abbiamo sempre una posizione a metà: non siamo né totalmente dentro, né totalmente fuori. Il passato ci tiene prigionieri?

Credo che quando accade un evento doloroso la prima cosa che facciamo, tutti, è di iniziare a lottare contro quel dolore. Per farlo passare prima possibile. Siamo convinti che questa sia la priorità e rispondiamo a questa priorità con tutte le nostre energie. Questa lotta ci spinge avanti e il tempo, molte volte, cura il dolore. Lo diminuisce con il passare dei giorni. Allora perchè, visto che abbiamo vinto la battaglia contro il dolore, il passato ritorna, come ricordo o come ripetizione dell’evento? Perchè il passato tende a ripetersi nel presente?

Perchè ci siamo dimenticati una cosa importante: per combattere il dolore una parte di noi è rimasta imprigionata: è la parte che ha bisogno di consolazione e che è ancora lì, nel luogo in cui è successo l’evento doloroso, all’età di quando è successo quell’evento, che aspetta che qualcuno venga a liberarla. Non dal dolore ma dalla solitudine. Noi siamo scappati per combattere il dolore è lei/lui è rimasto lì, congelato che ci sta aspettando. Non aspetta che combattiamo il drago, che sconfiggiamo il mostro, che torniamo vincenti e pieni di successo. Non aspetta questo. Aspetta che qualcuno torni a consolare quel dolore. Ecco perchè il passato ritorna: perchè ci siamo scordati di consolare, tanto eravamo occupati a combattere.

A volte, in questa attesa, si aggancia un’altra confusione fondamentale: l’idea che la consolazione possa arrivare solo da qualcun altro. Qualcuno che ci ama così tanto che curerà, con la sua presenza, tutti i nostri mali (e tutti i mali del nostro mondo). Non è così: quel dolore va conosciuto per essere consolato e lo conosciamo, fino in fondo, solo noi. Il bambino congelato, la bambina congelata, l’adolescente immobilizzato, l’adulto traumatizzato aspetta noi. Aspetta che finalmente qualcuno gli dica “non è stata colpa tua”.

I modelli nevrotici vengono mantenuti dall’illusione che qualcuno possa fornire l’amore cercato tanto disperatamente ma nessuno può amarci veramente se siamo pieni di sensi di colpa e non amiamo noi stessi. Alexander Lowen

Pratica del giorno: Protendersi  oppure la meditazione in diretta FB alle 7.30. In differita la trovi qui

© Nicoletta Cinotti 2018 Radical self expression un gruppo di bioenergetica e mindfulness 9 – 10 Giugno

Photo di jeremy-bishop-346059-unsplash

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