Diversi anni fa lessi un articolo che parlava dell’uso sociale della vergogna. Era stata condotta una ricerca in un’isola del Giappone in cui non esistevano crimini e il controllo sociale era interamente basato sulla riprovazione e sulla vergogna. La paura di essere espulsi dal gruppo chiuso della comunità dell’isola era così forte che non c’era bisogno di nessun’altra forma di controllo sociale. Era sufficiente la riprovazione e la vergogna a fare da polizia.

La riprovazione, il biasimo sono modalità comunicative povere che vengono usate per manipolare il comportamento: se ne fa un grande uso sui social non perchè i social siano il male ma semplicemente perchè i social sono una piazza e nessuno vuole essere svergognato in piazza. Sono modalità povere – ossia non forniscono significati utili – ma sono violente: una persona che venga fatta ripetutamente oggetto di riprovazione può arrivare alla depressione e anche oltre, come abbiamo visto in sfortunati casi di cronaca. Perchè ne parlo? Perchè ne siamo tutti vittime. Tutti noi abbiamo qualcuno nella nostra vita di cui temiamo la disapprovazione (o di cui siamo vittime perchè tenta di controllarci con la disapprovazione) e tutti noi a volte usiamo la disapprovazione come strumento di controllo, soprattutto con chi ha meno potere di noi.

Ci sembra di vincere quando lo facciamo e invece perdiamo. Perdiamo in dignità. Perchè se il nostro unico argomento è il biasimo o la riprovazione vuol dire che non abbiamo ragioni forti, che abbiamo solo bisogno di obbedienza. E ciò che otteniamo per obbedienza non ci appartiene veramente. Un genitore (musicista) mi raccontava delle lezioni di musica di suo figlio: faceva diligentemente i compiti che gli assegnava il maestro. Quattro ore alla settimana più un ripasso prima della lezione settimanale. Però, non diventerà un musicista, mi disse un giorno. Perchè, gli chiesi – io ero sbigottita che un ragazzino di 10 anni dedicasse quasi 6 ore alla settimana al violino – mi sembra che si impegni molto. Sì, ma lo fa per obbedienza: non prende mai in mano lo strumento fuori dalle ore che dedica ai compiti e quando suona non fa mai delle note che non siano quelle che deve suonare. Non gioca con la musica e non disubbidisce: lo fa per me. Perchè mi ama e vuole assaggiare quello che io gusto tanto, ma non fa per lui. Io non lo voglio musicista: lo voglio libero.

Ecco io non voglio essere obbediente: voglio essere disciplinata, appassionata e fare note diverse per sperimentare. Questo tipo di disciplina non nasce dall’obbedienza: nasce dall’amore. Non preoccuparti se non pratichi ogni giorno, se pratichi “creativamente” se lo fai in modo inconsueto: fallo per amore e non per obbedienza e la pratica ti regalerà frutti insperati. Qualsiasi pratica.

A volte ci vuole l'oscurità e il dolce    
confine della tua solitudine
per imparare che
quello che non ti porta più vitalità
è semplicemente qualcosa troppo piccolo per te David Whyte Sweet Darkness

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2018 la cura del silenzio

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