Siamo abituati a pensare che il linguaggio, le parole, siano un terreno condiviso. Se dico “mela” tutti capiscono che sto parlando di un frutto, anche se non tutti pensano alla stessa qualità di mela. Le cose si complicano però quando, oltre a ciò che viene detto, cerchiamo quello che viene compreso.

Perchè ognuno di noi, rispetto a quello che viene detto, fa una sorta di connessione interiore e lo inserisce in quello che già conosce sull’argomento. Quel significato interno rimane implicito, nascosto. Eppure è quello che fa la differenza nelle cose. Facciamo un esempio: “Marco non verrà a cena” afferma la padrona di casa ai suoi ospiti. Può darsi che lei pensi “meno male che non viene visto che è vegano“, può darsi che suo marito pensi ” forse si è offeso perchè l’ho battuto a tennis“. Può darsi che la loro amica pensi “ non è venuto perchè sapeva che c’ero anch’io“. Ognuna delle tre persone – a partire dalla stessa comunicazione – ha associato tre cose diverse e si comporterà in relazione alle tre cose diverse – assolutamente non dette – che ha associato.

Il punto è che funzioniamo così – con il nostro linguaggio nascosto – su tutto e che questo costruisce, dentro di noi, un mondo che gli altri non conoscono ( e che la  Relational FrameTheory cerca di spiegare) e a volte nemmeno noi.

Il fatto che non lo sappiamo nemmeno noi – che non ne siamo consapevoli – fa sì che finiamo per vivere in un mondo che gli altri non vedono, per avere paure che gli altri non comprendono e problemi che molto probabilmente esistono solo nella nostra mente. Finiamo per vivere nel mondo costruito dai nostri pensieri e alimentato dal nostro linguaggio interiore. Poi andiamo in psicoterapia e raccontiamo il nostro linguaggio interiore come se fosse una realtà e così, spesso, rinforziamo le nostre convinzioni proprio attraverso ciò che dovrebbe curarle. Insomma una serie di fraintendimenti ci imprigionano anziché aprirci. Ci soffocano e ci impediscono di vedere le cose per quello che sono: Marco non è venuto a cena!

Abbiamo bisogno di partire da lì: Marco non è venuto a cena significa sospendere il giudizio.

Marco non è venuto a cena significa riconoscere che significato interiore attribuiamo a ciò che è accaduto, ricordando che è il nostro significato e non la realtà: i pensieri non sono fatti.

Marco non è venuto a cena significa riconoscere che abbiamo convinzioni paradossali: sono i nostri schemi disfunzionali di risposta.

Marco non è venuto a cena: possiamo imparare a lasciar andare e non rimuginare

Troppo complicato? Va bene: iniziamo dal riconoscere a che categoria appartengono i nostri pensieri e rimaniamo ancorati alla realtà: soffriremo solo per quello che accade davvero!

Ci ricordiamo deliberatamente che non c’è ragione di irritarci con noi stessi perchè la nostra mente è costantemente occupata a giudicare o perchè ci sentiamo tesi, agitati o spaventati o perchè pratichiamo già da un po’ senza aver ottenuto risultati. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: Il panorama della mente (File audio di pratica)

© Nicoletta Cinotti 2017 Un percorso terapeutico verso l’accettazione radicale

Foto di ©luca barcellona

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