Siamo abbastanza convinti che il mondo sia come lo percepiamo e che la percezione venga prima delle nostre idee sul mondo. In realtà le neuroscienze, da Francisco Varela in poi, ci dicono qualcosa di diverso: il nostro cervello predice quello che accadrà e nel prevederlo mette le condizioni perché si verifichi quello che avevamo predetto.

Detto così suona piuttosto forte ma, di fatto, quello che percepiamo consapevolmente e quello che rimane inconsapevole ma che ha lasciato in noi un’impronta di memoria, si intrecciano nella nostra memoria corporea e possono condizionare la nostra percezione e la nostra capacità di notare i cambiamenti.

Dove portiamo i nostri ricordi?

Abbiamo un’idea prevalentemente mentale dei ricordi ma in realtà il nostro corpo ha una memoria che contribuisce in maniera rilevante alla nostra “previsione del futuro” basata su esperienze del passato. È un apprendimento che si è strutturato nel tempo e che è estremamente utile per muoversi nel mondo. È un apprendimento di cui però non abbiamo piena consapevolezza. Sono informazioni a cui possiamo avere accesso rallentando e portando l’attenzione al presente. Questo è quello che facciamo ogni volta che siamo presenti nelle nostre azioni.

Il cervello mette insieme i dati

Il cervello ha il compito di mettere insieme i dati che arrivano dalla periferia, ossia dal corpo, per estrarre un significato comprensibile. Solo che il nostro cervello non ama l’ambiguità e le figure aperte e quindi tende ad attribuire un significato ai dati che raccoglie, in modo veloce. Tanto veloce che spesso la nostra attribuzione di significato si rivela scorretta. O meglio è corretta sulla base della nostra memoria ma non sulla base di quello che percepiamo effettivamente. 

La distorsione percettiva

La memoria del passato non è solo una collezione di eventi. Riguarda anche come ci siamo sentiti in situazioni diverse ma simili tra di loro. Se abbiamo avuto un attacco di panico in autostrada potremmo sentirci a disagio non solo in autostrada ma anche in macchina, anche se né l’autostrada né la macchina sono responsabili del nostro attacco di panico. Quello che succede è che il cervello contribuisce a ri-creare la sensazione fisica per prevedere cosa dobbiamo fare, un attimo prima di farlo. Quindi predice il panico non perché ci sia un attacco di panico ma per essere pronto a sapere cosa fare in caso di panico. Questo processo non tiene conto della percezione del presente ma delle esperienze passate.Il pittore Marcel Duchamp diceva che l’artista fa il 50% del lavoro. Il restante 50% lo fa il modo di guardare di chi osserva l’opera. Nel nostro caso possiamo dire che la realtà fa il 50% e il restante 50% lo fa il nostro modo di percepire la realtà, una percezione che può essere intrisa di elementi di memorie passate.

Per questa ragione a volte, più che percepire davvero quello che succede possiamo dire che abbiamo delle specie di allucinazioni di quello che succede davvero. In queste “allucinazioni”  la memoria del passato e le emozioni giocano un ruolo molto rilevante. Ci sono condizioni fisiche specifiche che possono interferire in modo rilevante sulla percezione. Quando siamo stanchi o ammalati o sotto l’effetto di sostanze la nostra percezione della realtà può essere particolarmente falsata. il problema è che noi crediamo in modo piuttosto acritico a quello che percepiamo. Sospendere il giudizio, come suggerisce la mindfulness, diventa una pratica utile proprio per non farsi trascinare dalle distorsioni percettive.

Il cervello è un predittore

Il nostro cervello funziona più come un cartomante che come una macchina fotografica. Mette insieme i dati della percezione e i dati delle memorie e delle emozioni e, in una specie di conversazione neuronale, predice che cosa accadrà in modo da attivare le aree cerebrali che dovranno entrare in azione di lì a poco. A quel punto è difficile convincerci che le cose non siano come il nostro cervello aveva predetto. Fortunatamente le abilità di predizione del cervello non funzionano in modo così lineare e vengono previste diverse possibilità, diverse opzioni, in base ad una sorta di statistica di possibilità. Spesso viene scelta la previsione che è statisticamente più adeguata ai dati della realtà e la nostra azione successiva nasce da questa ipotesi e la rende vera, confermandola con una azione che diventa il nostro processo di attribuzione del significato. La cosa interessante è che tutto questo accade prima che sperimentiamo davvero, prima di entrare nell’esperienza perchè, per ragioni di sicurezza, prepariamo prima quello che dovremo fare dopo.

Un cervello che anticipa

Rendiamo vero quello che pensiamo proprio perché l’anticipiamo. Un buon esempio di questo comportamento può essere dato dalle nostre risposte alle mail. Molto spesso rispondiamo in base alla prima parte della mail e non leggiamo nemmeno la seconda parte perchè l’anticipiamo. Ovviamente spesso sbagliando e generando equivoci comunicativi. Tutte le volte in cui funzioniamo così agiamo sulla base del pilota automatico o di quelli che Daniel Kahneman definiva pensieri veloci. Sono pensieri automatici e rapidi, adatti per ripetere le solite scelte e le solite azioni. Se però vogliamo percepire davvero qualcosa di nuovo abbiamo bisogno di trovare strategie di presenza e di rallentamento. Più siamo veloci e più siamo ripetitivi. La domanda a questo punto è: “è possibile cambiare modo di pensare?”

Cambiare modo di pensare

È possibile cambiare modo di pensare (1) cambiando i processi cognitivi e (2) cambiando il modo di percepire attraverso una migliore consapevolezza corporea. Le tensioni corporee infatti determinano la nostra percezione del mondo limitando la qualità e quantità di stimoli che vengono recepiti dal cervello. Se non cambiamo la percezione del corpo tenderemo a percepire nello stesso modo anche situazioni che sono, di fatto, molto diverse. Stessa cosa potremmo dire sulla nostra mente: se siamo veloci e vogliamo cambiare abbiamo bisogno di rallentare. Se siamo disordinati e vogliamo cambiare abbiamo bisogno di darci una routine. In una parola più momenti di dis-abitudine riusciamo ad inserire nella nostra vita e più ci sarà possibile cogliere aspetti nuovi e accedere a quelli che Kahnemann chiama pensieri lenti, i pensieri creativi, intuitivi e portatori di cambiamento.

© Nicoletta Cinotti 2021

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