Si fa davvero un gran parlare di felicità e della possibilità di essere felici. E non solo perché è un desiderio condiviso ma anche perché, molto probabilmente, abbiamo la convinzione che, trovato il sistema, sia possibile metterlo in pratica senza grossa difficoltà. Così quando ho trovato questo libro – “La trappola della felicità” – non ho potuto fare a meno di interessarmi molto. Perché dice una cosa che, in modi diversi, molti miei pazienti mi riportano: “Questa storia della felicità comincia a diventare pesante!” Vediamo perché.

La trappola della felicità

Il primo punto è che ci sono convinzioni insensate, anche se molto diffuse, sulla felicità che creano un circolo vizioso nel quale, più cerchiamo di trovare la felicità, più soffriamo. E questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che si può uscire dalla trappola della felicità: vediamo come agiscono le nostre convinzioni sbagliate.

La prima convinzione sbagliata è che sia importante fare attenzione a tutte le minacce, per sopravvivere. Sicuramente questa convinzione ha permesso l’evoluzione della specie ma diventa disfunzionale in questo momento. Un momento in cui, francamente, molte delle nostre minacce sono irreali. Così trascorriamo molto tempo a preoccuparci di cose che non accadranno mai.

La seconda convinzione riguarda l’appartenenza ad un gruppo. La nostra socialità è cambiata e oggi i gruppi di appartenenza non sono più solo gruppi reali ma anche virtuali. Per continuare a sentirci parte di un gruppo sappiamo che è necessario mantenersi all’altezza degli standard di quel gruppo. Niente di strano se occupiamo tanta energia e tanto tempo nel tentativo di piacere agli altri. Ora questo confronto per gli uomini primitivi era abbastanza semplice e rudimentale. Per noi no: dobbiamo confrontarci con un ideale di noi altissimo e con ideali presentati mediaticamente, altrettanto alti. Ci confrontiamo con i nostri amici reali e virtuali e ne usciamo perdenti con grande facilità. L’evoluzione ha modellato il nostro cervello in un modo che, psicologicamente ci fa soffrire: confrontarci, valutarci, criticarci, sarà uno stimolo al miglioramento ma è anche una tortura quotidiana.

Cos’è la felicità?

La parola felicità ha due significati diversi. Quello comune è “sentirsi bene” e sappiamo tutti come questa sensazione sia volubile. Più cerchiamo di stare bene a lungo e più incontriamo ostacoli e difficoltà. L’altro significato della parola felicità è vivere una vita ricca di significato, in accordo con i nostri valori. Questa non è una sensazione fugace. È piuttosto una sensazione duratura che possiamo coltivare e costruire. È la distinzione, che faceva Alexander Lowen, tra piacere e divertimento. Molto spesso inseguiamo il divertimento proprio perché nella nostra vita non siamo in grado di provare piacere. Diventiamo ossessionati dall’idea del divertimento tanto che ” La cosa importante oggi è divertirsi o sembrare che tu ti stia divertendo, o, almeno, far credere che tu ti stia divertendo”. Il divertimento è volatile e volubile. Il piacere di essere vivi e di gustarsi la propria vita è qualcosa che ha più a che vedere con i propri valori, è un piacere da gustare giorno dopo giorno e assaporare lentamente.

Quindi, quando parliamo di felicità, qual è la felicità a cui stiamo pensando? È abbastanza importante perchè per la prima è meglio essere preparati al fatto che è leggera come una piuma. L’altra, per parafrasare Paul Valery, è leggera come un uccello che sa scegliere la direzione nella quale andare. Questa è la felicità di cui parleremo.

Cosa crea la trappola della felicità

La trappola della felicità si costruisce attorno a 4 miti:

  • La felicità è la condizione naturale di tutti gli esseri umani
  • se non sei felice vuol dire che c’è qualcosa che non va
  • per avere una vita migliore bisogna sbarazzarci dei sentimenti negativi
  • dovresti saper controllare quello che pensi e che provi.

Proviamo a guardare questi miti, uno per uno.

La felicità è la condizione naturale di tutti gli esseri umani

Le statistiche sulla depressione non concordano tanto con questo dato: anzi, lo contraddicono. La probabilità che prima o poi una persona soffra di un disturbo emotivo sono del 30%. Non possiamo pensare che quelle tre persone su dieci che non stanno bene siano sbagliate. Se a questi dati relativi alla patologia psichica aggiungiamo i guai naturali  – separazioni, problemi lavorativi, problemi di salute – la percentuale sale vertiginosamente al 50-60%. Insomma possiamo iniziare a dire che la felicità non è un’epidemia. E tutto questo accento sulla felicità – come dicono i miei pazienti – è davvero pesante!

Se non sei felice vuol dire che c’è qualcosa che non va

È una diretta conseguenza della convinzione precedente. Se la felicità è normale, l’infelicità è una malattia. Così mi capita ogni giorno di assistere al paradosso per cui oltre ad avere un problema dovresti anche sentirti in colpa perché non sei felice. L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) si basa su un assunto diverso: sono i processi di pensiero di una mente sana che conducono alla sofferenza psicologica. Quindi tutti tranquilli: non è colpa nostra se non siamo felici: succede, non siamo difettosi (che sollievo vero?)

Per avere una vita migliore bisogna sbarazzarci dei sentimenti negativi

Sembrerebbe un’ottima idea ma c’è un inghippo importante: la nostra vita implica sia emozioni piacevoli che spiacevoli e non possiamo eliminare una parte (quella spiacevole) a vantaggio dell’altra (quella piacevole) perché le emozioni fanno parte tutte dello stesso gruppo. Quindi tutto quello che ci dà gioia prima o poi potrebbe darci dolore: è quasi impossibile crearsi una vita migliore se non si è disponibile a provare anche emozioni spiacevoli. Studiare quando gli altri giocano fuori può essere spiacevole in un certo senso, eppure può condurre a risultati molto piacevoli anche in termini di qualità della vita.

Dovresti saper controllare quello che pensi e che provi

La verità è che possiamo controllare gli orari dei treni, lamentarci se sono in ritardo (tanto sono sempre in ritardo) ma non possiamo controllare quello che sorge nella nostra mente. Inutile agitarsi: è così. il vantaggio è che, invece, possiamo controllare le nostre azioni e scegliere di non seguire tutti i nostri impulsi. Qualsiasi cambiamento non può passare dal mutare ciò che sta nella nostra mente: può passare dal cambiare i nostri comportamenti quotidiani perché la nostra mente è parecchio indisciplinata. Questa idea che si possa controllare e manipolare le nostre emozioni e i nostri pensieri è una delle più grandi fonti di frustrazione. Non è possibile ma possiamo controllare le nostre azioni e imparare a cavalcare gli impulsi. Questa illusione è una delle maggiori fonti di infelicità conosciute: peggio delle diete miracolose, garantisce un brevissimo periodo di pace – ottenuto con grandissimi sforzi – per arrivare poi ad essere travolti di nuovo da ondate di pensieri ed emozioni negative. Pensieri ed emozioni vanno e vengono a seconda del nostro umore. L’umore cattivo trattiene più a lungo le emozioni negative e le richiama. Le attira come una calamita dimostrando così che una giornata iniziata male ha molte probabilità di finire peggio.

La trappola del controllo

Le strategie di controllo che, speriamo, ci garantiscano la felicità, sono essenzialmente di due tipi: strategie di lotta o strategie di fuga. Se siamo particolarmente dotati possiamo riuscire a mettere insieme sia una strategia di fuga che di lotta: roba da maestri!

Le strategie di fuga nascono dall’idea che se evitiamo le situazioni che ci fanno stare male, il problema è risolto. Hanno diverse varianti. A volte possiamo distrarci, altre volte estraniarsi ma sempre di fuga si tratta. A volte, purtroppo, lo facciamo con le sostanze e questa non è davvero una grande idea. È vero che per un po’ di tempo ti portano tranquillità ma sono un ottimo modo per trasformare una soluzione in un problema. Le strategie di lotta sono quelle in cui cadono più facilmente le persone con un cosiddetto “carattere forte” (Mentre le strategie di fuga sono le preferite dai “caratteri deboli”). Vanno dal reprimere al dominare pensieri ed emozioni e arrivano al paradosso – non tanto raro – di mettersi a discutere con i propri pensieri come se fossimo vicini di casa.

Insomma il controllo va bene a piccole dosi ma se esageriamo con le nostre strategie di fuga o di lotta finiamo nei guai perché perdiamo di vista proprio quello che vorremmo ottenere. Perdiamo di vista quei valori che conducono ad una vita degna di essere vissuta.

Che fare allora per essere felici, oltre che accettare che qualche volta lo siamo e altre volte no?

La risposta dell’ ACT

L’Acceptance and Commitment Therapy si basa su 6 principi fondamentali che collaborano tutti allo sviluppo della nostra flessibilità psicologica:

  • la defusione, ossia un processo di dis-identificazione dai nostri pensieri
  • l’accettazione, per lasciare che le sensazioni abbiano uno spazio interno più ampio in cui venire accolte
  • il radicamento nel presente
  • lo sviluppo della capacità riflessiva attraverso l’identificazione di un sé osservante
  • una fedeltà ai propri valori, valori soggettivamente determinati
  • azione impegnata, una azione che ci rappresenta e che siamo in grado di portare avanti tollerando che i nostri risultati possano tardare ad arrivare.

I primi quattro elementi sono abilità di mindfulness a cui si aggiungono gli ultimi due per andare nella direzione di una felicità rispondente a quello in cui crediamo, una felicità che nasce dal vivere una vita ricca di significato, in accordo con i nostri valori.

La doppia risposta dell’ACT

Malgrado l’ACT sia, di fatto, un approccio psicoterapico i suoi ideatori hanno fatto una scelta molto coraggiosa. Hanno scelto di non trasformarlo in una scuola di specializzazione riconosciuta. Per apprendere i criteri base dell’ACT è necessario fare un ciclo di gruppi che costituiscono la base di questo approccio clinico. Questa scelta mi sembra una scelta etica. Etica perché esce dalle inevitabile lotte di potere che si formano dentro alle scuole di specializzazione. Etica perché parte dall’esperienza giocata in prima persona, per imparare come curare i propri pazienti. Questa non è una scelta insolita ma, in questo caso è affermata con molta forza. Se sei interessato a sperimentare questo approccio per vedere se è adatto a te ti suggerisco Esperienze di Acceptance & Commitment Therapy, con l’amico e collega Andrea Bassanini.

Sarà a Chiavari, mio ospite, il 6 e 7 luglio, per andare alla grande verso la felicità che nasce dalla flessibilità psicologica. Ricorda ACT= Quattro principi mindfulness + valori e azione impegnata.

Se invece vuoi approfondire tramite un libro di consiglio, “La trappola della felicità”

Esperienze di Acceptance & Commitment Therapy

© Nicoletta Cinotti 2019

 

 

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