C’è una fatica che non è misurabile dai muscoli. Non nasce perché abbiamo sollevato pesi. Non cresce perché abbiamo camminato in salita. È la fatica della divisione, quella che ci consente da fare una cosa e di pensarne un’altra. Quella che ci fa essere qui e altrove contemporaneamente. È la fatica della mente dispersa in tanti luoghi diversi, la fatica che sperimentiamo quando inseguiamo il dono dell’ubiquità. Nasce dalla fiducia che nella nostra mente, o forse addirittura nella nostra testa, risieda la possibilità di risolvere qualsiasi problema e qualsiasi difficoltà. Allora incominciamo a immaginare soluzioni future, elenchi di miglioramenti, cose che dovremmo fare e anche che potremmo fare diversamente. Se ha funzionato per il progresso dell’umanità, ci diciamo, perché non dovrebbe funzionare per i nostri problemi personali?

È così che iniziamo a costruire una geometria della distanza che misura dove siamo e quanto dista da dove vorremmo essere. Poi uniamo i due punti con una linea immaginaria,  la più breve possibile – in cui sta la nostra possibilità di uscire da tutti i problemi. Dopo di ché ci accorgiamo che non funziona. Che il nostro rilevatore di discrepanza tra dove siamo e dove vorremmo essere, che la nostra mente dispersa tra qui e altrove, ci rende solo più impotenti, ci rende solo più stanchi, ci fa sentire solo più incapaci. Ciononostante continuiamo ad aver fiducia in un metodo che non funziona, tanto siamo abituati a sovrastimare il ruolo del pensiero e dell’intelligenza. L’obiettivo è chiaro: evitare l’infelicità e raggiungere la felicità o almeno la serenità ma questo progetto sviluppa solo rimuginazione, un girare in tondo che ci lascia esausti. Pensare all’infinito ad un problema può darci l’illusione che riusciremo a risolverlo. L’approccio basato sulla mindfulness inverte i termini: invece che pensare altrove, ci invita a stare dove siamo, invece che cercare soluzioni ci invita a  “essere con i problemi” in modo diverso. Ci offre una tregua, un armistizio. Dobbiamo solo per un po’ sospendere il solito modo di combattere e darle credito. per un po’. Per qualche settimana, per qualche tempo. Dare credito a noi stessi, più che alla mindfulness, significa cercare la soluzione senza allontanarsi da noi, da come siamo. Significa credere che la nostra migliore risorsa siamo noi, proprio come siamo ora e non come saremo dopo.

Molti dei problemi che emergono nella pratica si possono far risalire alla comprensibile difficoltà di avere fiducia nel fatto che questo nuovo modo di affrontare i problemi, rinunciare cioè all’idea consolidata di doverci sforzare per raggiungere degli obiettivi, possa essere adeguato. Mindfulness: Al di là del pensiero, attraverso il pensiero by Zindel V. Segal, J. Mark G. Williams,

Pratica di mindfulness: Va bene così (Meditazione live)

© Nicoletta Cinotti 2021 il protocollo MBCT

Photo by Fer Nando on Unsplash

 

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