Può sembrarci relativamente immediato riconoscere le cose che non ci piacciono, quelle per le quali proviamo avversione, nausea o disgusto. Le sentiamo e ci allontaniamo da quello che ci disturba.

Il problema però è quando incominciamo a diventarci antipatici, perché anche quella è una forma di avversione che ci porta a provare ostilità nei nostri confronti, per quello che facciamo o non facciamo, per come ci comportiamo, per come siamo o non siamo adeguati alle nostre aspettative.

Quando proviamo avversione nei nostri confronti sentiamo l’urgenza di risolvere il problema e di riportare serenità e spesso questo tentare di trovare prima possibile la soluzione diventa una forma di avvitamento su sé stessi che non conduce da nessuna parte. Anzi, ci porta a trovarci sempre più “antipatici”. È in questi momenti che possiamo fare qualcosa di davvero semplice ed essenziale: aprirci a esplorare le diverse caratteristiche della nostra esperienza. Se siamo distratti notare dove siamo finiti con il pensiero, se siamo tristi sentire come risuona nel corpo la tristezza. Facciamo, con l’avversione, una cosa essenziale: diluiamo la consapevolezza e la dirigiamo in uno spazio più ampio. L’avversione infatti ci fa rimanere concentrati sulla fonte del fastidio e, come tutta risposta aumenta il fastidio. In questo caso, invece, apriamo la consapevolezza, la allarghiamo a tutto lo spazio interno, ai suoni, al mondo dentro e al mondo fuori, senza preoccuparci del significato di quello che proviamo restituiamo senso e valore alla nostra esperienza, indipendentemente dal giudizio e dall’etichetta che ci mettiamo sopra. Pratichiamo una saggia oscillazione tra concentrazione, attenzione selettiva e consapevolezza aperta. E allora, solo allora, potremmo accorgerci che l’attenzione che più manca nella nostra vita è l’attenzione condivisa perché l’avversione ci lascia chiusi e concentrati in noi stessi. Ma senza attenzione condivisa con c’è la possibilità di uscire dall’isolamento dell’avversione. Abbiamo bisogno di sentire che possiamo condividere qualcosa in più dei nostri problemi, qualcosa in più delle nostre difficoltà. Forse possiamo semplicemente guardare al mondo interno ed esterno sapendo che senza flessibilità non c’è crescita e nella lotta all’avversione quello che perdiamo è proprio la flessibilità.

La verità è che la meditazione è il processo nel suo complesso: stare sul respiro, accorgersi che non siamo più con il respiro, e poi tornare con gentilezza. Segal, William, Teasdale

Pratica di mindfulness: Incontrare la resistenza

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo MBCT

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