Abbiamo diversi tipi di memoria e altrettanti tipi di dimenticanza. C’è una memoria che è guidata dalla nostalgia e ci porta a ricordare e, contemporaneamente, a desiderare di tornare al passato. C’è una memoria semplice che ci permette di fare le cose quotidiane, quella che sembra zoppicare quando siamo altrove con la mente e quando invecchiamo. C’è la memoria scritta nel corpo che ci ricorda, attraverso le sensazioni, eventi del passato e misteriose tensioni del presente. Una memoria che svanisce raramente.

C’è la memoria ciclica – quella degli anniversari – che bussano alle porte del nostro calendario per ricordarci lo scorrere del tempo. E la sua limitatezza

E poi c’è quella che io chiamo la memoria del cassetto, quella delle cose che abbiamo chiuso a chiave e teniamo lì, addormentate, fino a che qualcosa o qualcuno non riapre, improvvisamente, quel cassetto. Allora tutto riemerge, come se fosse stato semplicemente congelato. Spesso le memorie del cassetto sono segreti di cui non vogliamo parlare e stanno chiusi nel silenzio e nell’isolamento proprio perchè ci sia possibile evitare di parlarne. La memoria del cassetto sembra fatta di assoluta dimenticanza eppure nasconde una vividezza di ricordo quasi sorprendente. Sono i traumi che vorremmo dimenticare e che, qualche volta, ritornano. Gli psicoterapeuti sono esperti di memorie del cassetto anche se a volte, anche per noi, è difficile convincere le persone ad aprirlo quel cassetto e a guardare cosa contiene. A volte ci dicono che è meglio tenerlo chiuso a chiave e che quello che c’è dentro non ha, ormai, nessun valore commerciale.

E infine c’è la memoria di Sati e la sua dimenticanza. Sati è la memoria di noi, nel presente, nel momento in cui le cose avvengono. L’inconsapevolezza è la sua dimenticanza. Ci dimentichiamo di noi, attratti dai pensieri e dal mondo esterno, scordiamo di sentirci. Quella è la dimenticanza di Sati. Sati però è una strana memoria in cui accade che, nel momento in cui siamo davvero presenti, molti dei nostri cassetti chiusi possono aprirsi e con nobile armonia comporsi in un unico evento: essere qui, ora.

Insieme memoria e dimenticanza si intrecciano in ogni momento e disegnano quella che è la nostra presenza. Disegnano quanto è intenso il sapore della nostra vita.

Avere l’impulso ad essere presenti, coscienti in tutte le situazioni, è già un successo. Riconoscere di esserne incapaci, e accorgersi di essere risucchiati dalla vita, di non riuscire a resistervi, anche questo è un successo. Vedere che reagiamo meccanicamente, sempre nello stesso modo, che non riusciamo ad essere leggeri, innocenti, non è un fallimento. Ricordarsi di tentare è la cosa più importante. Fallire è il primo passo. Il passo successivo – che dobbiamo imparare a compiere rapidamente – consiste nel trovare il luogo, lo spazio, che percepisce il nostro tentare, che sente, che si accorge del sorgere dei pensieri, e fare di questo la nostra dimora. Riccardo Burgio

Pratica di Mindfulness: Aprire e non chiudere

© Nicoletta Cinotti 2018 Radical self expression

Photo by Oskars Sylwan on Unsplash

 

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