Quando si vive un’esperienza non ci si sente affatto dentro una storia ma in un caos, in un cupo ruggito, in una cecità, in un cumulo di vetri infranti e di schegge, come in una casa investita da una tromba d’aria, o in una nave schiacciata da un iceberg o in una barca travolta dalle rapide e dove nessuno a bordo è in grado di fermare quella furia. È solo in seguito che la trama comincia a prendere forma. Questo avviene quando la si racconta a se stessi o a qualcun altro. Margaret Atwood, L’altra Grace

Il riconoscimento è il momento in cui ci si addentra nella propria esperienza; la riflessione è la tappa in cui la si confessa a se stessi. Riflettere su un vissuto significa esaminare onestamente, mettere in discussione e verificare sulla base dei fatti i film che ci raccontiamo a proposito dei nostri problemi, considerando aspetti come i propri paletti personali, la vergogna, la riprovazione, il risentimento, la disperazione, la benevolenza e il perdono. Riflettere su quei temi e passare da una prima rea­zione istintiva a una comprensione più profonda delle nostre emozioni e dei nostri pensieri e comportamenti ci permette di acquisire elementi cruciali sulla nostra identità e su come ci relazioniamo con gli altri.

È la riflessione ad alimentare la pienezza, l’autenticità e la consapevolezza e a indurre al cambiamento. Brené Brown

©www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici Foto di ©Federico Montaldo

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