Perché si assomigli a qualcuno è un po’ misterioso. Non dico dal punto di vista fisico. In quel caso posso aver preso esattamente gli stessi geni di mia madre o di mio padre. Mi domando come possiamo assomigliarci nei piccoli gesti, nei comportamenti, nei gusti e in preferenze così minime che non si può nemmeno chiamare in soccorso gli aspetti educativi.

L’altro giorno, improvvisamente, mi è balenata una risposta. Mi è sembrata autentica malgrado abbia qualche grado di stranezza. Ero in casa, con mia madre. Lei aveva appena avuto uno dei suoi momenti di nervosismo. Io avevo assorbito, come al solito, e continuato a fare quello che stavo facendo. Assorbire è una funzione importante nella vita. Aiuta a non reagire e a non alimentare inutili fuochi. Lascia il tempo di riflettere e permette di arrivare meglio alla radice di quello che succede dentro di noi.

Mezza giornata dopo ho avuto un piccolo contrattempo e mi sono accorta che avrei risposto a quel contrattempo come mia madre. Anzi, in quel momento, ho avuto la sensazione di “essere mia madre”. Come se ci fosse lei, lì al posto mio e la cosa più naturale del mondo fosse che lei rispondesse a quell’evento al mio posto. È stato un attimo e mi sono tornati in mente molti colloqui fatti con genitori e figli in cui fai la domanda al bambino e risponde il genitore. Momenti in cui, senza rendersene conto, il genitore si sostituisce al figlio e prende il suo posto, la sua voce, lo colonizza. E il bambino si lascia colonizzare. Addomesticato dall’autorità genitoriale oppure ipnotizzato dalla forza di quell’occupazione.

Mi sono domandata quante volte non ho potuto dire la mia e le ho lasciato semplicemente il posto. Quante volte lei ha pensato di occupare il mio posto non ritenendomi capace. Ho ripercorso il balletto semi-comico e semi-tragico che avviene tra genitori e figli e che fa sì che uno occupi il posto dell’altro. Per pigrizia, per impotenza, per paura. Pensando che questo renda meno probabile sbagliare; però rende anche meno spazioso vivere. Non erano passati che pochi istanti. Ho ringraziato, per una volta, la velocità dell’intuizione e la mia lentezza che mi ha permesso di accorgermi di quello che stava succedendo e sono tornata in me. Più consapevole del fatto che per essere felici prima bisogna esistere ed esporsi al rischio di sbagliare, senza lasciare il posto a controfigure. Ho ripreso il mio ruolo o forse, semplicemente, ho ripreso spazio. Ho ripreso ad essere me stessa, senza preoccuparmi di sbagliare. Nemmeno lei fa tutto bene anche se per tanto tempo ce l’ha fatto credere.

Il passato non se n’è andato. Il passato è ancora qui, sotto forma di presente. Se sappiamo come entrare profondamente in contatto con il presente, entriamo in contatto con il passato e possiamo addirittura cambiarlo. Thich Nhat Hanh

Pratica di mindfulness: La meditazione della montagna

© Nicoletta cinotti 2020 Reparenting ourselves

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