Aria di conflitto che sbuca all’improvviso. A volte in famiglia, a volte sul luogo (virtuale per molti) di lavoro, a volte nelle relazioni con gli amici. La pandemia si è accompagnata al conflitto e alla rottura di molte relazioni, anche storiche. Come se il ritrovarsi in casa tutti assieme o il ritrovarsi in una speciale e prolungata condizione di stress e incertezza avesse fatto una breccia negli equilibri consueti. E da questa breccia non è filtrata la luce ma la separazione.

Il punto è che siamo molto perbenisti rispetto al conflitto: non si dovrebbe litigare. Punto e basta. Invece il conflitto è una realtà dalla quale non possiamo prescindere.  La rabbia è una delle emozioni di base presente fin dalla nascita ed è vitale: ci permette di vivere e sopravvivere. Più riteniamo che non dovrebbe esistere e meno ci occupiamo di offrire strumenti per la riparazione. Perché se il conflitto è una rottura questo non significa che non sia possibile la riparazione. Il conflitto è come il rumore: fa parte del processo per arrivare alla pace. Tentare di eliminarlo o reprimerlo non porta alla riparazione: lascia che covi sotto la cenere e prima o poi un refolo di vento lo farà riaccendere e allora divamperà improvviso.

I fratelli – dati di una ricerca olandese citata in Mindful Parenting – litigano mediamente una volta l’ora. Una coppia mediamente una volta al giorno. I conflitti servono perché la relazione sia dinamica e trovi equilibri nuovi adatti alla crescita della relazione. Il problema è se e quando i conflitti diventano violenza. Se e quando i conflitti vengono tacitati o repressi e non riparati. Per ripararli non occorrono formule magiche: occorre guardare alla nostra prospettiva e praticare pausa per vedere anche la prospettiva degli altri. Perché quello che ci rende difficile riparare un conflitto è che la rabbia ha una qualità egocentrica che fa perdere il senso della prospettiva e l’empatia nei confronti dell’altro. La rabbia è il nemico della compassione, anche nei nostri confronti: quando siamo arrabbiati siamo disponibili a farci male, anche se siamo convinti che ci stiamo proteggendo.

Praticando pausa proviamo a ristabilire un senso di prospettiva, proviamo a rallentare, e, soprattutto, proviamo a guardare le cose anche da punto di vista del nostro interlocutore. Guardare le cose da un altro punto di vista consente di vedere nuovi panorami.

Ascoltate con delicatezza. Lasciate che parole e storie tocchino un cuore compassionevole. Gregory Kramer

Pratica di mindfulness: Spazio di respiro di tre minuti

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo di Mindfulness interpersonale

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