Gli schiaffi fanno rumore. Anche molto rumore. Eppure chi viene picchiato entra, molto spesso, nel silenzio. Non lo dice, non lo racconta. Oppure non viene creduto. Malgrado sia chiaro a tutti che l’educazione autoritaria non serve e non insegna proprio nulla, continuo a meravigliarmi di quanti adulti incontro che, da bambini, sono stati picchiati. A volte raramente. A volte sistematicamente. Non lo dicono mai subito e, spesso, non lo sentono nemmeno come un vero e proprio problema ma come una caratteristica della modalità educativa dei propri genitori. Ci vuole del tempo perché riemerga la vera protesta per gli schiaffi o le percosse ricevute: molto spesso vengono raccontate come eventi lontani.

Normalizzare la violenza nei rapporti affettivi

È così che normalizziamo la violenza nei rapporti affettivi. Come se fossero un segno d’amore. Come se qualche schiaffo fosse lecito. Come se amare giustificasse. Come se, l’importante, fosse poi chiedere scusa. Se un bambino è stato picchiato non è detto che non si identifichi con l’aggressore – con il genitore che picchia – e non arrivi a pensare che quando si vuol bene (perché abbiamo bisogno di credere che anche un genitore che picchia ci vuole bene) si può ammettere anche la violenza.

Se una bambina è stata picchiata non si stupirà di diventare una donna picchiata. Forse penserà che è colpa sua. Che qualche volta le fa davvero scappare di mano. Che, in fondo, lei è una ribelle (sic) oppure una coraggiosa (doppio sic). In ogni caso eliminerà dalla sua coscienza il senso di pericolo che questo comportamento nasconde e ci metterà più tempo a dire basta in un rapporto in cui viene picchiata.

Perché delle percosse ci vergogniamo e delle cose di cui ci vergogniamo non se ne parla.

Tanti anni fa avevo un fidanzato geloso

Molti anni fa avevo un fidanzato geloso che stavo lasciando. Lo stavo lasciando perché era geloso. Quando ci si lascia non è mai facile. Non siamo mai troppo contenti di farlo. Abbiamo dubbi perché vogliamo la libertà ma vogliamo anche bene alla persona che stiamo lasciando: sennò non l’avremmo amato. Facciamo fatica a considerarlo un nemico. Il mio fidanzato era stato lasciato dalla moglie, con una separazione plateale: se n’era andata con un amico comune. Era stato un signore ma, evidentemente, aveva finito la signorilità con quell’episodio.

Così una notte arrivò in casa mia con un coltello e tagliò il materasso a pugnalate: se ne andò minacciando le peggiori cose in preda ad uno stato alterato. Chiamai la polizia: che arrivò la mattina dopo. Sentenziando che il problema era che io gli avevo dato le chiavi e non che non ero riuscita a farmele restituire. Non che lui aveva massacrato a coltellate un materasso. Il vero problema era che io era ambigua. Nell’82% dei casi – raccontano i dati diffusi dalla Polizia di Stato – chi fa violenza su una donna ha le chiavi di casa. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali e culturali e a tutti i ceti economici.

La sottovalutazione

Racconto questa storia perché dice una cosa vera: la polizia sottovaluta. I carabinieri sottovalutano. Perché solo chi è dentro le cose capisce l’intensità del problema. E, a volte, rimane sola ad affrontarlo. Vorrei precisare che il fidanzato geloso è sopravvissuto alla mia separazione e anch’io. Però ho corso il rischio di pagare un conto che non mi riguardava. Per molte donne che vengono picchiate è la stessa cosa. Pagano conti che non le riguardano. Io non sono mai stata picchiata e sapevo come gestire questa situazione: l’ho fatto. La sua gelosia per me era un segnale sufficiente per decidere di andarmene. È stato difficile ma ne sono venuta fuori più saggia. Ho capito che ci sono segnali che sono premonitori e vanno ascoltati e che l’amore non è possessività: sono due cose diversissime. Però molte donne non hanno la stessa fortuna. Perchè non sanno come gestire la situazione. Perchè si rendono conto troppo tardi che quello è un pericolo. Perchè danno delle scusanti. Perché accettano giustificazioni. Promesse e atti riparatori.

Basta un solo gesto di violenza: le promesse non contano

La violenza non ha giustificazioni: un solo atto di violenza o di aggressività fisica dice già tutto. Un solo atto di violenza o aggressività verbale dice già tutto. È il segnale che bisogna andarsene. Bisogna andarsene anche quando suscita la nostra violenza o aggressività perché vuol dire che quella relazione diventa pericolosa. Non vuol dire che ci sappiamo difendere. Scherzando con il fuoco, finiremo per bruciarci. Le promesse non contano: contano le azioni. Se si è rivolto ad un CAM (Centri d’ascolto uomini maltrattanti), se ha iniziato una psicoterapia, puoi dargli credito ma non significa che il problema è finito. Né significa che devi fidarti senza remore. Il cambiamento è un percorso lungo e difficile. Se ti dice che non lo farà più – come semplice promessa – non credergli: è vittima di un impulso che lui stesso è il primo a non controllare. Ogni giorno, in media, in Italia 88 donne sono vittime di atti di violenza, una ogni 15 minuti. Quest’anno sono già 95. Vittime italiane in altissima percentuale ( l’80,2 per cento dei casi) con partner italiani nel 74 per cento dei casi. Senza distinzione di latitudine, l’aumento di vittime di reato di sesso femminile è lo stesso in Piemonte come in Sicilia. (dati riportati su Repubblica)

La storia del contegno femminile e del consenso sessuale

Molti episodi di violenza sono attribuiti al contegno femminile. Ragazze giovani, in discoteca o in giro, un po’ ubriache. Ragazzi giovani, in discoteca, o in giro, un po’ ubriachi. Quindi – dice il cattivo senso comune – se la sono cercata. E i ragazzi, poverini, non erano consapevoli. Ecco cosa ha detto Nafisa Rawji nel 2016, quando aveva 22 anni, sull’argomento del consenso sessuale. L’ha fatto scrivendo una serie di tweet che sono diventati memorabili.

  • Se mi chiedi 5$ e sono troppo ubriaca per dirti di Si o di No, non va bene che tu prenda i 5$ dalla mia borsa, perchè tanto sono ubriaca. tweet n°1
  • Se ti presto 5$ in questa occasione questo non dà diritto al tuo amico di prendere anche lui 5$ dalla mia borsa dicendo “ma se li hai dati a lui perché non li dai anche a me?” tweet n°2
  • Se mi rubi 5$ questo rimane un furto anche se io non posso dimostrarlo in tribunale. Solo perché ti ho dato 5$ in passato, non significa che devo darti 5$ in futuro. tweet n°3
  • Se mi siedo sulle tue ginocchia questo non deve automaticamente farti pensare che sarò disponibile a darti qualcosa di più e se ti chiedo di tenermi la borsa non significa che puoi rovistare dentro e prendere quello che vuoi. tweet n°4

Ovviamente Nafisa Rawji, usando la metafora della borsa e dei dollari, sta affrontando la questione del consenso sessuale e illustrando un ragionamento tipico in queste situazioni. Tipico non significa che il ragionamento maschile sia un ragionamento giusto.

Cosa succede nella guerra tra i sessi?

Vero è che la violenza nelle relazioni è in crescita. Nel 2019, il 34 per cento delle vittime di omicidio è donna e in sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex partner. Le statistiche della Polizia di Stato evidenziano come cambia l’incidenza percentuale sulle vittime di femminicidio: straniere nel 67 per cento dei casi mentre per quel che riguarda le altre forme di violenza le vittime italiane sono l’80 per cento. Una su due lascia figli piccoli e nel 18 per cento dei casi l’autore si toglie la vita. Perché? Possiamo solo fare delle ipotesi ma, a volte, le ipotesi servono per orientare la conoscenza:

  • le donne hanno più autonomia ma la loro autonomia non correla con il potere. Avere una buona posizione sociale ed economica non significa avere potere. Il potere non è uno status: è qualcosa che hai dentro.
  • gli uomini hanno più potere che autonomia. Più potere che denaro. Negli anni si trovano spesso in condizioni di disavanzo economico rispetto alle loro compagne. Ma crescono in una cultura in cui il potere è un simbolo dell’archetipo maschile irrinunciabile.
  • crediamo nell’amore? È una domanda perché, da una parte, ci siamo mossi per credere che le relazioni debbano essere basate sull’amore ma questo apre all’instabilità relazionale. Perchè l’amore è una emozione che, nel tempo, è suscettibile di cambiamenti. Se siamo possessivi questi cambiamenti possono essere visti come una minaccia all’integrità personale oltre che una minaccia alla relazione.
  • avere un/una partner è sempre più una conquista. Siamo poco disponibili a perdere quello che consideriamo una conquista. I femminicidi avvengono molto spesso nelle fasi terminali della relazione o a separazione avvenuta. L’omicida non regge il fallimento legato alla fine della relazione.

Cosa fare?

La violenza non deve entrare nelle relazioni affettive. Mai. Non picchiate mai i vostri bambini. Non insultateli mai: questo crea un trauma ma, soprattutto, rende le minacce una cosa associata – e considerata tollerabile – nella vita affettiva. L’amore non usa violenza né fisica né verbale.

Troviamo modi per spezzare il silenzio della vergogna. Troviamo modi per restituire alla socialità un senso di protezione e non di disapprovazione. La vergogna è un sentimento difficile che ci fa fare cose sbagliate e subire cose sbagliate.

Sembra che le forze dell’ordine stiano diventando sempre più sensibili al tema: grazie. È necessario e non è sempre stato così. L’Italia, dai Borboni in poi, ha imparato a diffidare delle forze dell’ordine. Grazie se oggi costruite una relazione di fiducia: noi smetteremo di essere borbonici.

I CAM (Centri d’ascolto uomini maltrattanti) si stanno diffondendo sul territorio: grazie. La prossima volta che un uomo viene definito carnefice ricordiamoci che stiamo alimentando la vergogna e la disapprovazione sociale: stiamo coltivando un circolo vizioso, anche linguistico. Cerchiamo di coltivare la consapevolezza delle parole.

I figli delle vittime hanno diritto a ricevere il sostegno dello stato. Perché la povertà uccide due volte. Perché la prevenzione nasce anche dando sostegno e opportunità a chi è stato privato di futuro.

I giornalisti e le parole che vengono usate non sono sempre parole adeguate: visto che scrivere è la vostra nobile professione, portatela avanti con nobiltà. Domandare troppo presto se una persona l’abbiamo “perdonata” è un atto d’aggressività verso le vittime e le famiglie delle vittime. Cercare di definire con parole orribili il reato e il colpevole non alimenta la libertà di chiedere aiuto quando se ne ha bisogno. Terrorizzare funziona solo nei confronti della popolazione che non corre rischi. Chi corre dei rischi reali è paralizzato dalla disciplina del terrore.

© Nicoletta Cinotti 2019

International Day for the Elimination of Violence against Women
25 November

Photo by Alice Alinari on Unsplash

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