Forse ti sembrerà strano ma se dovessi fare una graduatoria delle richieste che ascolto, ogni giorno, nella stanza della psicoterapia, direi che il primo premio andrebbe alla richiesta di cambiare...gli altri.

Ho lunghi elenchi delle ragioni per cui dovrebbero cambiare, mariti, mogli, suoceri, genitori e, ovviamente, figli. Da questa lista non sono esenti, impiegati, direttori e manager e include anche i vicini di casa. Elenchi che ascolto con attenzione perché nessuna richiesta è mai casuale. C’è sempre una buona ragione. A volte è per l’affetto che proviamo per l’altro, per il desiderio di non vederlo in pericolo. Altre volte è per cura, per la speranza che risolva i propri problemi. Altre volte, francamente, è per irritazione, perché quello che fanno ci disturba parecchio. Oppure perché siamo convinti che noi – tutto quello di cui parliamo – sapremmo farlo meglio. Molto, molto meglio.

In ogni modo il desiderio che gli altri cambino per poter stare così, finalmente, in pace, è un desiderio fortissimo che non demorde nemmeno di fronte all’evidente impossibilità dell’impresa. Chiunque abbia tentato di cambiare se stesso sa quanto è difficile: cambiare per interposta persona è impossibile. Ciononostante se le persone della nostra vita fossero le stesse ma con comportamenti diversi noi non avremmo nessun problema e, soprattutto, non dovremmo cambiare. Andremmo bene così come siamo. Insomma quello che ci rovina è il condizionale (e anche il congiuntivo) che ci fa ipotizzare una vita diversa da quella che abbiamo cambiando (solo) il mondo esterno. Se i nostri condizionali – e le nostre condizioni – si realizzassero il mondo sarebbe perfetto. Comunque siamo disponibili ad aspettare che le cose cambino, anche se, dopo un po’, l’impazienza ci sembra giustificata

Perché passiamo tempo della nostra vita in queste ipotesi? Perché non proviamo solidarietà per la difficoltà condivisa a cambiare? Perché pretendiamo che siano gli altri a smussare gli angoli della nostra reattività? È più facile vedere fuori che guardare dentro. E, banalmente, è più facile vedere gli errori degli altri che i nostri. Eppure, tutte le volte che gli errori degli altri ci fanno sobbalzare, irritare, spaventare, inquietare è perché quell’errore batte in un nostro punto vulnerabile. Un punto vulnerabile che aspetta la nostra attenzione e che, senza fretta, potremmo cambiare, smussare, far crescere, senza condizionale e senza condizioni.

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza.  Reinhold Niebuhr

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio

Photo by Nicholas Gercken on Unsplash

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