Ci sono alcuni miti molto resistenti nella nostra cultura. Uno di questi è che la creatività appartiene ai geni e agli artisti e non è un patrimonio di tutti. Eppure usiamo tutti i giorni una bella dose di creatività per far quadrare i nostri bilanci, per far prosperare le nostre attività, per risolvere i piccoli e grandi problemi della vita quotidiana, senza i quali rimarremmo intrappolati nella situazione in cui ci troviamo. L’idea che la creatività sia una caratteristica legata all’aspetto artistico è un’idea romantica e va di pari passo con quella – ancora più pericolosa – che per essere un artista bisogna essere un po’ fuori fase. In realtà la creatività appartiene a tutti e io conosco molte persone fuori fase che non sono artisti ma magari fanno gli ingegneri con costanza (mi perdonino gli ingegneri) e molti artisti che non sono per niente fuori fase! Perché la creatività è una dotazione naturale che abbiamo tutti, che usiamo tutti i giorni da quando ci alziamo a quando andiamo a letto e che richiede di essere in uno stato di flusso.

Il flusso della creatività

Pema Chodron, una insegnante di meditazione molto nota, usa una metafora per esprimere la differenza tra fluire e rimanere arroccati nelle proprie posizioni. La vita è come un fiume – dice – la nostra ricerca di sicurezza ci lascia sulla riva mentre la vita vera è il fiume. Tanto più riusciamo a vincere la paura, tanto più siamo in grado di stare nel flusso della nostra vita. Tutte le volte che abbiamo paura blocchiamo l’espressione spontanea e blocchiamo anche il flusso della creatività. La creatività si esprime quando ci permettiamo di entrare in quel flusso in continuo cambiamento che è la nostra vita. Questa è, forse, una delle più belle definizioni di creatività: stare nel flusso e permettere che avvenga il cambiamento. In questo senso è creativo tutto quello che è nuovo e utile, come dice Anna Maria Testa, fosse anche una piccola variazione nel fare qualcosa che ripetiamo ogni giorno. Una piccola variazione che, poiché è utile e nuova ha una sua bellezza.

Iniziamo ad avere una prima idea: la creatività è sciogliere la paura per poter andare con il flusso.

Per farlo iniziamo a riconoscere la paura – il grande antagonista del fluire – per sciogliere le nostre risposte automatiche di tensione, prima di tutto nel corpo. Un corpo che non ha un buon regime di energia è un corpo che prende risorse creative più che un corpo che cura. Un corpo che ha paura è un corpo che vive una specie di risucchio energetico.Accettare le cose che arrivano senza entrare in una modalità reattiva è l’invito che la mindfulness ci fa per entrare nel fiume della vita, nel mare della creatività.

Il flusso prepara l’esperienza di picco: quando la creatività cura

Se pensiamo ad una situazione intensa di paura immaginiamo una situazione in cui ci troviamo bloccati. Il momento in cui usciamo dal blocco è proprio quello in cui iniziamo a dare risposte alla nostra paura. Potremmo dire che se coltiviamo la nostra capacità di stare nel flusso, coltiviamo anche la nostra possibilità di andare oltre alle situazioni quotidiane di paura e che stare morbidi, anziché contratti, potrebbe essere una buona cura preventiva per la paura. Stare nel flusso non è ancora, però, il momento in cui si esprime la nostra creatività. Quel momento – il momento in cui si accende la scintilla – è piuttosto una esperienza di picco.

Il concetto di picco – quella che viene definita peak experience – proviene originariamente da Abraham Maslow, uno dei fondatori della psicologia umanistica. Per Abraham Maslow la ‘realizzazione di se stessi’ costituiva un aspetto centrale per la salute emotiva e per la qualità stessa della nostra vita. Ma cos’è l’esperienza di picco, la peak experience?

…un episodio o un’improvvisa ondata, in cui tutte le potenzialità di una persona scorrono insieme in modo particolare, orientato all’obiettivo ed intensamente gratificante, nel quale la persona è più integrata e meno scissa, più aperta all’esperienza, maggiormente mossa dalla sua specifica natura o disposizione, più spontanea ed espressiva, più pienamente funzionante, più creativa, umoristica, ego-trascendente, meno dipendente dai suoi istinti più bassi, ecc. In questi momenti l’individuo diventa più pienamente se stesso, più forte nella realizzazione delle sue capacità, più vicino all’essenza del suo essere, più pienamente umano…

Niente ansia da prestazione: questa è la descrizione di tutto quello che sperimentiamo quando cambiamo la ricetta del tiramisù che ci ha dato la nonna e lo facciamo meglio!

Stare nel flusso porta all’esperienza di picco: il momento in cui creiamo qualcosa di nuovo, a partire da qualcosa di vecchio

E adesso attenzione: viene il bello!

Abbiamo detto che la creatività può essere un antidoto della paura e che stare nel flusso prepara a sperimentare l’esperienza di picco, costituita dall’attimo creativo. Tutto qui? No, c’è ancora un elemento che possiamo coltivare e questo elemento da giardiniere è la nostra attenzione. Tutti noi abbiamo tre diversi tipi di attenzione: la concentrazione, l’attenzione selettiva e la consapevolezza aperta. Sono tre diversi tipi di attenzione fondamentali, e diversamente miscelati, che ci consentono di gestire i nostri processi emotivi e cognitivi.

La concentrazione è quella qualità immersiva di attenzione che sperimentiamo quando siamo totalmente assorbiti da quello che stiamo facendo. Qualunque sia l’attività in questione – facile o difficile che possa essere – assorbe tutta la nostra attenzione. Come tutte le qualità va aggiunta con equilibrio: un eccesso di concentrazione è alla base di molti disturbi fobici (ossia di paura) e ossessivi.

L’attenzione selettiva è quella che ci permette di trovare l’oggetto che stiamo cercando in mezzo a molte altre cose, è quella che ci permette di riconoscere un amico nella folla, o di trovare il golfino che volevamo nell’ammasso dei saldi! Ha una funzione di ricerca e porta con sé una certa quota di ansia. Ansia che può essere funzionale a trovare quello che stiamo cercando. Ansia che diventa disfunzionale se cerchiamo a lungo senza trovare. Un eccesso di attenzione selettiva è connessa a molti disturbi d’ansia.

La consapevolezza aperta è uno stato di serenità che ci permette di essere ricettivi e disponibili nei confronti di quello che accade. Non è diretta verso qualcosa in particolare: è diretta all’incontro verso quello che accade, senza avversione, con interesse e curiosità. È l’attenzione che coltiva la creatività, proprio perché non è vincolata da niente di specifico è in grado di trovare soluzioni creative. Un eccesso di consapevolezza aperta diventa il vagare dell’attenzione che comporta l’emergere del DMN (Default Mode Network) una condizione mentale associata alla preoccupazione e all’umore basso.

Come vedi abbiamo bisogno di tutti e tre questi ingredienti e, soprattutto, abbiamo bisogno di essere consapevoli che l’attenzione disegna il mondo interno sia dei pensieri che delle emozioni!

Per essere creativi abbiamo bisogno di unire tutti e tre i tipi di attenzione: concentrazione, attenzione selettiva e consapevolezza aperta

Fare la punta alla matita

Nella tradizione zen c’è una sfida, una sfida che ha molto a che fare con la creatività: fare senza attaccamento ai risultati, senza avere in mente qualcosa da ottenere, in assenza di sforzo. Molte delle nostre attività sono altamente finalizzate ad ottenere un risultato. Se questo è comprensibile può anche essere, per molte ragioni, controproducente perché limita la nostra creatività al fine di ottenere qualcosa di definito. Insomma la nostra matita deve avere una punta della giusta dimensione per scrivere bene: una punta troppo acuta si spezza; una punta troppo morbida sporca la scrittura.

In psicoterapia il concetto di libere associazioni ha qualcosa a che vedere con questo fare senza attaccamento al risultato, “just doing”: andando leggermente fuori dalla possibilità di controllare, riattiviamo il processo creativo. Anche la pratica di Consapevolezza aperta, Shikantaza nella tradizione zen, raccoglie questo invito. Lo stesso invito che faceva Wilhelm Reich e Alexander Lowen quando suggerivano che sciogliere le tensioni del corpo permette di entrare in un processo di autoregolazione. Un processo in cui il corpo si cura da solo.

Shikantaza, tradotto letteralmente significa non fare nulla: in realtà non fare nulla e rimanere presenti, non entrare negli schemi reattivi non è semplice. Stare semplicemente seduti non è poi così banale ma coltiva il nostro stato di consapevolezza e di creatività. Ci sono dei contenuti mentali che sono nascosti dalla nostra attività incessante, sia fisica che mentale. Shikantaza li svela.

Usiamo le parole per andare al di là delle parole

Usiamo le parole per andare al di là delle parole e raggiungere l’essenza piena di significato, un’essenza che trascende il linguaggio. Dom Bede Griffiths

Quando lavoro nei miei laboratori di Scrivere la mente, metto insieme lavoro corporeo, shikantaza ed esercizi di scrittura. Non parlo quasi mai di scrittura creativa: preferisco parlare di scrittura curativa o meglio ancora di scrittura espressiva.

La scrittura in questo processo è curativa per diverse ragioni.

  • Cura perchè ci aiuta ad uscire dal blocco espressivo
  • cura perchè ci offre uno strumento di intimità con la nostra mente, una mente che è linguistica
  • cura perché non ha una finalità, non si aggrappa al desiderio di realizzare qualcosa ma parte dall’idea di non realizzare niente per poter realizzare tutto
  • cura perchè insegna a regolare concentrazione, attenzione selettiva e consapevolezza aperta
  • cura perchè ci permette di esplorare i nostri blocchi e trasformare le nostre fratture come dice Rashani Rea

Un esercizio per provare

Concludo con un esercizio che suggerisco di fare dopo aver fatto una pratica di meditazione. In questo caso prova con Centering meditation, per trovare una parola da cui partire . Dopo scrivi questa parola al centro di un foglio. E inizia ad usare il clustering, costruisci cioè insiemi di parole collegate alla parola centrale che è emersa durante la pratica. Il clustering ha una qualità di inclusività e permette di unire caratteristiche che, magari, tendiamo a vedere separate. In ognuna delle vignette che disegniamo può nascere una storia, scritta in prima persona o in terza persona. A volte giocare su queste due diverse posizioni permette di vedere le cose con una diversa distanza. Ognuna delle vignette – quelle che ti mostro con un esempio inventato – ci permette di aprire la consapevolezza ma, nello stesso tempo, di raccogliere tutti elementi che ci appartengono. Se desideri conoscere qualcosa in più di te e iniziare a liberare la tua creatività, ti aspetto a Milano il 30 Marzo!

© Nicoletta Cinotti 2019

Photo by Rachael Gorjestani on Unsplash

Milano. Scrivere la mente: mindfulness e creatività

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