Terza settimana di quarantena: sempre più stretta. Sempre più importante tenere i nervi saldissimi e saper distinguere tra l’essere pronti e l’essere preparati. Tra speranza e aspettativa. Tra fiducia e realismo. Piccole differenza che segnano uno spartiacque.

La differenza tra essere preparati ed essere pronti

Essere preparati è una bella cosa. Peccato che possiamo usarla solo quando conosciamo quello che accadrà e quello che andremo a fare. Adesso siamo in un territorio così nuovo che è difficile essere preparati. Possiamo solo fare qualcosa per essere pronti. Cosa significa? Significa che più cerchiamo di essere radicati nel presente, informati ma non invasi di informazioni, più siamo pronti rispetto a quello che sta succedendo. E, soprattutto, in grado di non farci trascinare dai nostri pensieri in giudizi e previsioni premature quanto funeste.

Essere pronti significa in sintesi:

  • sospensione del giudizio
  • capacità di tollerare l’incertezza
  • capacità di rimanere ancorati al momento presente, all’attimo presente cogliendo piacevole, spiacevole e neutro
  • capacità di tollerare la riduzione di controllo sugli eventi esterni, compensandola con la padronanza nei confronti degli eventi interni.

La differenza tra controllo e padronanza

Il controllo è strettamente legato all’essere preparati, rafforza il nostro carattere e il nostro ego. Ci serve per mettere in ordine le nostre competenze e lo facciamo quando possiamo avere un quadro ragionevolmente certo di quello che potrebbe accadere. Controllo e aspettative sono due qualità intrecciate che realizzano le nostre funzioni di pianificazione, previsione, programmazione. Funzioni che si devono accompagnare ad un senso di padronanza che è, invece, principalmente rivolto all’interno e alle nostre emozioni. Se abbiamo molto controllo ma poca padronanza diventiamo duri e rigidi perché il movimento che nasce dall’esterno e va verso l’interno rischia di essere un movimento oppressivo o repressivo. Se abbiamo molta padronanza riusciamo ad avere anche un buon grado di controllo con un movimento che va dall’interno verso l’esterno. Siamo capaci di cogliere e rimanere in relazione con l’incertezza.

Due note sul grounding nell’incertezza

Nella bioenergetica la capacità di essere grounded, radicati a terra, è un elemento basilare della salute mentale e fisica. Perché ci permette di stare in dialogo con la realtà senza usare contatti sostitutivi consolatori quanto inefficaci, per darci una visione autentica. Il grounding che facciamo però, anche come esercizio fisico, è sempre su un terreno stabile. La vita non è sempre stabile, come stiamo sperimentando. Per questa ragione, in passato, ho lavorato sul grounding in condizioni di incertezza. Per esempio utilizzando il bosu – una semisfera che poggia stabilmente a terra ma ha una base concava e morbida. Quando poggiamo su un terreno instabile quello che succede a livello fisiologico è che spostiamo l’attenzione dalle fasce muscolari più esterne a quelle interne, ai muscoli anti-gravitari che ci consentono l’equilibrio. In una parola diventiamo più attenti alla propriocezione, al felt sense. Ecco perché l’incertezza ci agita. Perché quando siamo su un terreno instabile spostiamo l’attenzione alla sensazione interiore e perdiamo la possibilità di un ancoraggio costante. Possiamo però partire da qui per sviluppare un modo per essere in dialogo tra interno ed esterno. Come fare? Piccola lista di risposte:

  • Impara ad esplorare come stai in equilibrio se ti metti in una situazione instabile, per esempio sugli avampiedi. Riconosci in che modo risponde il corpo alla mancanza di equilibrio: questo ti permette di aumentare la resilienza all’instabilità;
  • fai attenzione a tutte le volte che ti aggrappi troppo rigidamente ad una aspettativa. Guarda cosa succede nel corpo e lascia andare con l’espirazione
  • sincronizza mente e corpo durante la proliferazione dei pensieri attraverso la notazione dei pensieri (distrattori, passato, futuro, corpo, dialoghi)
  • Ci sono pensieri riflessivi e pensieri superficiali. Cerca di avere flessibilità tra questi due tipi di pensiero. Troppi pensieri superficiali non aiutano e spesso indicano che c’è un livello di evitamento dell’ansia che cerca – impropriamente – di contenere l’incertezza.

Lo Yoga della disciplina: un modo per riprendere i sensi

Il secondo libro di Jon Kabat Zinn – Riprendere i sensi – è un libro fondamentale. In puro stile Kabat-Zinn, sempre nel solco della tradizione senza bisogno di nominarla. Cosa afferma questo libro, con efficace focalizzazione? I nostri sensi sono la porta di accesso della mente. Se non siamo consapevoli di quello che passa attraverso i nostri sensi non sapremo nemmeno quello che succede nella nostra mente e non ci faremo un regalo. Ma possiamo spingerci un po’ oltre in questa consapevolezza con una disciplina dei sensi che tenga conto di poche, semplici regole che riguardano i panorami sonori, visivi, mentali, gustativi e tattili.

Questo sarà il programma della prossima settimana per le mie pratiche live su FB, ogni mattina, dal lunedì al venerdì alle 8. Te lo riassumo brevemente nei prossimi due paragrafi: riprendere i sensi in bioenergetica e Lo yoga della disciplina

Riprendere i sensi in bioenergetica

In bioenergetica riprendere i sensi passa attraverso i seguenti aspetti:

Di fatto non c’è niente che possiate fare o che vi possa capitare che non possa far parte della pratica a buon diritto, se ne siete consapevoli e riuscite ad abbandonarvi alla fiducia e a dimorare nella consapevolezza invece di restare perennemente intrappolati nella turbolenza, nell’agitazione, nell’attaccamento, nel desiderio, nel rifiuto di tutto ciò che si presenta. Jon Kabat-Zinn

Lo yoga della disciplina

Ciò che ascoltiamo va dritto al cuore: ascoltiamo solo ciò che vale la pena di ascoltare. Se dissipiamo la nostra energia perderemo la capacità di concentrarci mentre invece abbiamo bisogno di aver cura di quella grande porta d’ingresso al mondo che sono i nostri sensi. Per cui:

  • ascolta ciò che vale la pena di ascoltare
  • scegli le parole che fai entrare
  • scegli le parole che fai uscire
  • scegli le immagini che guardi
  • rimani consapevole dell’impronta che lasciano sul cuore
  • non esporti a impronte che non riesci a lasciar andare
  • lascia che il cibo sia nutrimento

Tuttavia, a meno che non esercitiate la disciplina dell’ascoltare, sarete travolti da ondate e ondate di parole, finché un giorno finirete per avere la sensazione che una parte essenziale di voi si è arenata sulla spiaggia, e il resto si è perso in mare. Gurumayi Chidvilasananda, Lo Yoga della disciplina

Si vive solo due volte

Si vive solo due volte” è il titolo di un vecchio James Bond, pubblicato da Ian Fleming proprio nell’anno della sua morte. Il senso, di questa frase, dice Ian Fleming è che si vive due volte. La prima volta quando si nasce e la seconda volta quando si guarda la morte. Adesso siamo tutti alla seconda nascita perché guardiamo la morte solitaria di molti di noi. Sentiamo con chiarezza quanto la morte faccia parte della vita e non solo per il conteggio quotidiano delle persone che non ci sono più. Sappiamo che può essere un vicino di casa per tutti noi. Forse lo è. Eppure l’invito è proprio, come al solito, paradossale. Vivere ogni giorno come fossimo immortali. Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Custodire la porta dei sensi ci aiuta a farlo. Non sappiamo quando usciremo ma se facciamo così quando usciremo saremo pronti. Forse, non dovrei scriverlo, mi sono detta. Dovrei tacere. Perché la morte rimane la grande ospite scomoda di cui non si dovrebbe mai parlare. Invece lo faccio perchè è troppo presente per far finta che non ci sia.

Con affetto

Nicoletta

© Nicoletta Cinotti 2020

Photo by Phoenix Eastman on Unsplash

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