Cassandra era una veggente, figlia di Priamo ed Ecuba, aveva in dono la capacità di vedere il futuro. Questo dono però si accompagnava ad un’altra caratteristica: le sue profezie non venivano credute. Non servivano a cambiare le sorti degli eventi ma la gettavano nella dolorosa condizione di sapere e di non poter fare nulla per impedire che quello che prevedeva non si avverasse.

Potremmo pensare che questa sia una storia che riguarda l’Iliade. In realtà più volte mi sono accorta che non crediamo alla nostra intuizione. Quella voce interiore che ci offre informazioni importanti, forse non sul futuro ma sul presente. Una voce che ci invita alla consapevolezza e alla presenza: non grida ma sussurra la nostra direzione.

Non le crediamo perchè non sappiamo distinguere tra la voce della paura e la voce dell’intuizione anche se, a posteriori, moltissime volte le persone mi hanno detto “Lo sapevo“, “me lo sentivo“. Oppure, più semplicemente “sapevo che sarebbe andata così“. Non è la saggezza del senno di poi; è l’abitudine a non seguire quello che sentiamo lasciando che, a scegliere, sia la nostra mente. O, forse, la nostra volontà che della mente è solo una piccolissima parte.

Abbiamo bisogno di imparare ad ascoltare le voci dentro di noi, di imparare a distinguere la voce della rabbia e della paura dalla voce dell’intuizione. Può sembrare una missione impossibile eppure c’è un piccolo semplice trucco. La voce dell’intuizione è libera da impulsi immediati: offre una visione e non una azione. Le azioni sono, casomai, una conseguenza di quella visione. La voce della rabbia o della paura ha invece sempre qualcosa di attivo da consigliarci, qualcosa da fare subito tanto che, a volte, ci spinge ad interrompere la meditazione per farci andare velocemente in una direzione. La sfiducia nella nostra Cassandra interiore rivela tre cose: la prima è che facciamo fatica ad ascoltare e a distinguere le differenze tra i tanti aspetti della nostra personalità. La seconda è che, molte volte, realizziamo un destino che crediamo segnato più che realizzare la nostra vita.

L’ultima è più importante, che abbiamo bisogno di rinforzare il patto di fiducia con noi stessi. Non siamo il nostro peggior nemico. Siamo solo un amico distratto.

Quello che chiamiamo “me” è un costume da Arlecchino fatto di storie rabberciate, di storie consunte. E’ un vestito povero, mal cucito. A volte si strappa e scivola nella follia – e quando regge, è sempre per miracolo. E di colpo ci ritroviamo fatti di una sola stoffa, per grazia di una voce che ci chiama con amore. Dire un nome con amore chiama al mondo la sua unicità. Cristian Bobin
Pratica di mindfulness: Famiglie interiori
© Nicoletta Cinotti 2020 Reparenting ourselves

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