Il senso di appartenenza non è uno scherzo: è una sensazione intima, profonda, di quelle che ti scalda, anche quando fuori c’è una tempesta. Abbiamo voglia di appartenere, a qualcosa, a qualcuno. Non di essere posseduti come oggetti ma di far parte, di essere inclusi, di sentirci a casa in una relazione. Di sentire che la nostra vita ha un senso che non si limita al nostro esclusivo senso personale.

Così quando ieri una persona mi ha detto “sono diversa, sono nata lì per sbaglio” ho sentito quanto profonda era la disperazione che accompagnava quell’affermazione e quanto le sue parole richiamavano altre disperazioni. Quella che proviamo quando ci sentiamo di nessuno. Diversi e quindi con il timore di essere sbagliati. Lei era diversa perché i suoi le hanno costruito una vita da professionista – o forse lei per renderli felici è diventata una professionista – ma voleva fare la cuoca. In una trattoria sul mare. Niente di sciccoso. Voleva fare un lavoro che sta bene con la storia della sua famiglia ma la sua famiglia le voleva dare una storia radicalmente diversa dalla loro. Adesso si guardano e non si riconoscono.

Eppure la sensazione di essere diversi, non appartenenti, nati nella nostra famiglia per caso non è rara. Mi è capitato tantissime volte di sentirmi così. Leggere tanto in una famiglia di non lettori è un po’ come essere malati. Stai ferma, immobile a fare qualcosa mentre tutti gli altri sono in movimento e parlano tra di loro. Anche l’altra sera mi sono sentita diversa. Un dopocena in cui non riuscivo a trovare un posto. A volte quella sensazione di essere estranea è così familiare che mi sembra che rimarrò marziana per sempre: mi manca solo la pelle verde e le antenne ma se continua a piovere potrebbero spuntarmi, silenziose, tra i capelli. Tutti penserebbero che sia un cerchietto ma io saprei che è il segno della mia marzianità.

L’estraneità non la proviamo a caso. La proviamo a casa. È un sentimento che nasce per contrapposizione. Ti senti estraneo proprio nel luogo in cui dovresti essere a casa. Mi raggiunge con un senso di vergogna per la mia – mai conclusa – imbranataggine e rimango lì, immobile, a guardare il mondo dagli oblò degli esclusi. Poi esco, in mezzo alla folla e più c’è gente più mi sento a casa. Più sono in una situazione in cui tutti sono anonimi, più il senso di estraneità svanisce perché in quell’anonimato, sono pari. È la differenza tra me e gli altri in casa che è un dolore che non riesce a passare. Perché il dubbio, nel sentirsi estraneo, è sempre lo stesso: quello di non sapere se l’altro ti riconosce. Ti conosce per come sei.

So di essere apprezzata per le cose che faccio e, forse, ho imparato a fare tante cose per avere più possibilità di essere apprezzata. A volte mi domando cosa accadrebbe se smettessi di fare. Se mi regalassi la sospensione dell’azione. È una domanda tutta femminile, vestita di rosa da capo a piedi. Gli uomini si domandano cosa accadrebbe se fossero deboli. Sanno benissimo che anche se non facessero nulla sarebbero amati: si starebbero semplicemente, e giustamente, riposando. Le donne no. Si chiedono cosa accadrebbe se smettessero quel fare pieno di generosità che portano nella vita come lo strascico dell’abito di battesimo.

Se dovessi fare una petizione per gli esclusi direi “guardiamo dietro le apparenze, dietro le etichette”. Guardiamo dentro, scendiamo fino a che non troviamo qualcosa che ci rende uguali nella nostra diversità. In quel luogo possiamo dire “benvenuto a casa”.

Hai mai fatto l’esperienza di fermarti del tutto,
di essere così totalmente nel tuo corpo,
di essere così totalmente nella tua vita
che quel che già sapevi e quello che non sai,
e quel ch’è stato e quel che ancora dev’essere,
e le cose come stanno proprio ora
non ti danno neanche un filo d’ansia o disaccordo?
Sarebbe un momento di presenza totale,
al di là della lotta, al di là della mera accettazione,
al di là della voglia di scappare o sistemar le cose o tuffarcisi dentro a testa bassa:
un momento di puro essere, fuori dal tempo,
un momento di pura vista, pura percezione,
un momento nel quale la vita si limita a essere,
e quell'”essere” ti prende, ti afferra con tutti i sensi,
tutti i ricordi, fin dentro i geni,
in ciò che più ami,
e ti dice: benvenuto a casa. Jon Kabat Zinn

Pratica del giorno:Ammorbidire le tensioni

© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente

Photo by Belinda Fewings on Unsplash

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