Il ruolo dell’espressione emotiva in mindfulness e bioenergetica

Impariamo relativamente presto che non tutto può essere detto e che non tutto può essere taciuto. Il confine tra cosa dire e cosa tacere è però vischioso e difficile ed è un confine che disegna il nostro modo di entrare in relazione con gli altri e il nostro modo di esprimere noi stessi.

Una cosa è certa: dire quello che proviamo lo trasforma e ci trasforma anche quando non ce lo aspetteremmo. Non è uguale essere consapevoli o esprimere quello di cui siamo consapevoli. Il semplice fatto di dirlo ci porta ad organizzare diversamente la nostra esperienza. Vale la pena dirlo? Che differenza c’è tra esprimersi con consapevolezza e lasciar uscire mostrando senza filtri quello che proviamo? In questo articolo proverò a rispondere ad alcune di queste domande, senza la pretesa di dire la parola definitiva.

Esprimersi o essere silenziosi? La differenza tra yoga e bioenergetica

In bioenergetica l’aspetto espressivo del lavoro corporeo è fondamentale. L’idea che sta alla base è che le emozioni trattenute nelle contrazioni muscolari non possono sciogliersi se non vengono espresse. Nello stesso tempo, nel momento in cui ci siamo trattenuti, abbiamo scelto il silenzio. Perché dovremmo lasciar uscire qualcosa che abbiamo deciso di tenere dentro? La prima ragione spesso è storica: nel momento in cui ci siamo trattenuti forse non avevamo chiaro cosa potevamo esprimere o, forse, non avevamo chiaro l’opportunità di esprimere quello che stavamo vivendo. Magari avevamo già avuto esperienze negative legate all’aver espresso le nostre emozioni. Oppure non desideravamo rivelare la nostra intimità. Nel tempo però le cose possono cambiare. La nostra abitudine a trattenere lascia invece tutto immutato. Esprimere può essere quindi un modo per riportare vitalità e cambiamento.

Il silenzio nello yoga, nel Tai Chi, nel Chi Kung

Come mai allora un lavoro così potente come lo yoga è così silenzioso? Lo yoga lavora sulla padronanza: la padronanza del movimento, la padronanza espressiva. In bioenergetica la padronanza – per evitare che diventi controllo – si raggiunge attraverso l’espressione. Nello yoga, che non è una psicoterapia, la padronanza si raggiunge attraverso una mente calma e un corpo stabile. Le emozioni trattenute nel corpo se ne vanno? A volte capita che gli esercizi di yoga facciano emergere emozioni – e quindi ristabiliscano movimento – ma mentre la psicoterapia ci aiuta a riconnetterci al significato di quello che viviamo, lo yoga lascia semplicemente che accada. (Se vuoi saperne di più leggi il mio articolo “Che differenza c’è tra yoga e bioenergetica”)

Come esprimersi?

Il grande tema dell’espressione emotiva è l’intensità. A volte il nostro modo di esprimerci produce danno: esprimiamo la rabbia in maniera troppo intensa. Oppure siamo travolti dall’intensità della paura o della tristezza. È così che le nostre emozioni si guadagnano una cattiva fama. In realtà il punto è la regolazione dell’intensità emotiva più che l’emozione in sé e per sé. Quando un’emozione è troppo intensa con riusciamo più a mentalizzarla. Mentalizzarla significa comprenderla e darle un significato. È una attività mentale che, partendo dalle impressioni sensoriali e dalle emozioni, arriva alla formazione del pensiero. Molto spesso l’espressione non nasce dalla consapevolezza ma dalla spinta dell’intensità emotiva. Diamo voce perchè non ce la facciamo più a trattenere. In  questi casi raramente siamo davvero consapevoli di quello che diciamo e di come lo diciamo. È  come quando veniamo trasportati da un’onda. Siamo nel mare, siamo presenti – sennò non potremmo venir trasportati – ma non siamo noi a dare la spinta al movimento: è la forza del mare che ci trasporta.

Qui mindfulness e bioenergetica possono darci davvero una mano: con la bioenergetica possiamo esplorare il blocco corporeo e l’emozione trattenuta. Con la mindfulness possiamo esplorare le tre diverse componenti: la situazione d’innesco; le sensazioni fisiche; e le strategie comportamentali.

Le emozioni e le diverse strategie di comportamento

La parte più interessante, per me, arriva qui. Abbiamo infatti strategie di comportamento ripetute che diventano delle modalità caratteriali. Nel momento in cui riconosciamo le strategie di comportamento che attuiamo quando le nostre emozioni sono intense abbiamo, in potenza, riacquistato tutta la nostra capacità di cambiamento. Il problema è credere che siano strategie di comportamento e non , come amiamo dire, la realtà dei fatti.

Quando sento usare questa definizione porto sempre molta attenzione a quello che sta succedendo perchè sotto questa definizione finiamo per far ricadere molte strategie relazionali che non hanno una vera giustificazione. Diventiamo condizionati da fatti esterni non perché sia inevitabile ma perchè crediamo che la soluzione abituale sia la migliore soluzione. A volte è vero, a volte no.

Nella scambio relazionale costruiamo una nuova possibilità di risposta. Abbiamo trattenuto per una relazione difficile, apriamo per riparare quella difficoltà.A questo punto, per mantenere aperto lo schema, esprimersi con un interlocutore adeguato può permetterci di fare il secondo passaggio dell’espressione emotiva. Non solo esprimiamo per conoscere meglio quello che sentiamo, senza farcene travolgere, ma, mettendo l’espressione all’interno di una relazione, sperimentiamo una nuova opportunità.

Praticare con la rabbia Con la rabbia noi perdiamo energia. Infatti alla sensazione di forza e vigore che possiamo provare nel momento dell’accesso rabbioso e nel periodo successivo, segue poi un senso di spossatezza quando non una vera e propria sensazione depressiva. È per questa ragione che spesso passiamo ad una fase repressiva che non ha però che l’effetto di alimentare l’esplosione dovuta alla perdita di padronanza, innescando quindi un circolo abbastanza ripetitivo. Il passo successivo è sentire esattamente cosa significa nel corpo la rabbia che proviamo, in modo non analitico e non storico. È il “cos’è”fisico dell’esperienza: quale tensione, dove, come cambia. La disponibilità a restare con l’esplorazione dell’emozione ci permette di non rinforzare l’identificazione con l’emozione stessa che è quella che produce una spinta all’azione. Leggi di più…
Praticare con la paura Il primo effetto è quello di spingerci a giudicare, fuori di noi. Il secondo effetto, è quello di renderci distratti. Ogni volta che percepiamo un pericolo o una minaccia nell’ambiente che ci circonda attiviamo una risposta di attacco (Rabbia) o fuga ( Paura). Questa risposta è mediata dal ramo simpatico del SNA e il suo effetto fisiologico è quello di restringere il campo della consapevolezza e quindi lo spettro percettivo. La prima cosa, e la più importante, è, come al solito, è non giudicare il fatto che proviamo queste sensazioni, né considerarle particolarmente significative. Possiamo semplicemente notarle, nominarle interiormente mantenendo un atteggiamento di riconoscimento e accettazione. Se le riconosciamo, senza giudicarle, possiamo scoprire che sono fenomeni transitori. Pratica guidata: “Lavorare con la paura

Addomesticare emozioni selvatiche

Uno dei primi psicoanalisti che ha fatto il salto dal descrivere come funziona la psiche al descrivere come funziona la mente è stato Wilfred Bion. Con una geniale e premonitrice intuizione Bion aveva capito che le emozioni non solo danno forma alla nostra psiche ma danno anche sostanza e materiale al nostro funzionamento cognitivo. Tutta la pratica con le emozioni sta qui, in questa doppia e ricchissima possibilità. Ogni emozione ci offre la possibilità di guardare cosa sta dentro la nostra psiche – ossia le emozioni – e come danno forma alla nostra mente. Non siamo solo psiche. Non siamo solo mente. Siamo meravigliosi, stupendi double face.

© Nicoletta Cinotti

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