Sappiamo tutti che la nostra capacità di difenderci è fondamentale e primitiva insieme. Ci ha permesso di scappare dal pericolo quando eravamo uomini primitivi, di attaccare per procacciarsi cibo, di fingere di essere morti con la speranza di non essere visti. Tutte queste forme di difesa funzionano in condizioni di pericolo e, purtroppo, vengono in nostro soccorso anche quando non ce ne sarebbe  bisogno. Così possiamo attivare queste difese anche quando la minaccia non è un pericolo reale ma solo un pericolo immaginario.

C’è un’altra forma primitiva di difesa che non viene spesso citata ed è quella che utilizziamo di più quando il pericolo è costituito da una persona che conosciamo. La usiamo nelle nostre relazioni pericolose con la speranza di proteggerci. Si chiama “tend, to be friend”. Un termine inglese che definisce un atteggiamento conciliante e mite che ha, come base, la paura e non una libera scelta.

Dalla sindrome di Stoccolma, allo stress della separazione

Nel settembre del 1974 Patricia Hearst fu rapita da un gruppo di terroristi. Era una miliardaria americana erede di un impero editoriale di dimensioni gigantesche. La famiglia pagò diversi milioni di dollari per il riscatto ma, al momento della liberazione, Patricia comunicò che aveva deciso di rimanere ed entrare a far parte del gruppo terroristico. Dopo diverse azioni terroristiche venne arrestata l’anno seguente e condannata a 35 anni di carcere. Fu durante il suo processo che la cosiddetta “Sindrome di Stoccolma” raggiunse una notorietà internazionale. Questa denominazione deriva dal comportamento di un gruppo di impiegati di banca, sequestrati per giorni da dei rapinatori, che, al rilascio, manifestarono sentimenti di gratitudine nei confronti dei loro carcerieri. Definisce una situazione in cui la vittima si identifica con le ragioni del persecutore che viene percepito con caratteristiche eroiche. La narrazione che ruota attorno alla La casa de papel – serie televisiva spagnola trasmessa su Netflix – ruota tutto attorno alla Sindrome di Stoccolma. Volutamente i rapinatori cercano di apparire buoni ai loro prigionieri e di mostrare l’iniquità del sistema. E funziona perché la ragione non è mai tutta da una parte.

Lo stress della separazione

Questo tipo di meccanismo difensivo è strettamente legato all’intimità e all’empatia. Rimanere in uno spazio definito, per giorni, ci permette di cogliere l’umanità degli altri e di identificarsi con l’aggressore anziché con il ruolo della vittima. Lo facciamo a scopo difensivo – meglio sentirsi forti che deboli – ed è un meccanismo inconscio che può essere volutamente alimentato da persone con modalità manipolatorie. Nelle famiglie in cui regna un clima di violenza è possibile che le vittime si sentano colpevoli, oppure credano di meritarsi un trattamento di quel tipo. Mostrano un comportamento mite e amichevole con la speranza di rabbonire il loro persecutore. A volte funziona, a volte è disastroso. Perché nessuna difesa, agita indiscriminatamente, è corretta. Questo meccanismo difensivo si chiama, per l’appunto  “tend, to be friend “ed è agito prevalentemente dalle donne e dai bambini nei confronti dei loro molestatori. Molestatori che, molto spesso, sono anche persone con le quali c’è un legame d’affetto. Ma è un meccanismo inconscio e può scattare automaticamente anche in molti casi di violenza sessuale, generando, a posteriori, un profondo senso di colpa. Molte donne si rimproverano di essere state troppo miti nei confronti della violenza sessuale che subivano e non comprendono che era la loro paura che le rendeva arrendevoli.

Perché funziona e perché è pericoloso

È un meccanismo difensivo che è efficace perchè cerca di controllare l’escalation della tensione ma diventa pericoloso quando stabilisce una modalità di relazione costante basata sulla sopraffazione. La donna che si comporta in maniera mite durante una violenza sessuale potrebbe aver scelto la soluzione migliore per ridurre il danno. Oppure aver offerto una buona scusa all’avvocato del suo carnefice:valutazione che è difficilissimo fare sul momento. Vale sempre la percezione del consenso: qualunque cosa avvenga senza che ci sia reciproco e libero consenso è violenza. Vero è che questo comportamento può facilmente essere frainteso anche da chi agisce violenza. Kobe Bryant, la stella del NBA morta recentemente e drammaticamente in un incidente aereo, fu accusato di violenza sessuale da una ragazza di 19 anni. Durante il processo ammise di non aver capito il mancato consenso della ragazza. Disse che solo dopo la denuncia era riuscito a dare il corretto significato a quello che lei aveva detto e fatto. Questo può succedere. E può succedere anche l’opposto. Una ricerca condotta su gruppi di ragazzi di strada brasiliani ha dimostrato che molti di loro confondevano i segnali di intimità con segnali aggressivi. Insomma le nostre difese, essendo automatiche, a volte ci salvano la vita e a volte ci mettono nei guai perché non comprendiamo esattamente la situazione.

Lasciarsi

È di ieri la notizia di altre quattro donne morte per violenza familiare. Molto spesso le vittime hanno accettato il loro ultimo e fatale appuntamento in modo consensuale e hanno accettato una relazione fatta di sopraffazione perchè avevano paura. Hanno scelto, senza accorgersene, di essere gentili con quello che sarebbe diventato il loro stesso omicida. Sperando che le cose si sarebbero risolte. L’utilizzo di questa difesa accondiscendente rende sempre più soverchiante l’atteggiamento di potere e manipolazione. Più loro sono accondiscendenti più il partner diventa esigente. Una di loro, Fatima, all’ottavo mese di gravidanza, morta insieme al suo bambino, non usciva mai di casa.

Ma molti femminicidi accadono nel momento in cui la donna manifesta, finalmente, il desiderio di libertà. Desiderano interrompere il comportamento accondiscendente e l’omicida non lo tollera. Non tollera di perdere il suo regno.

Nelle separazioni difficili succede qualcosa di simile. E i figli si trovano in mezzo. Separarsi può ridurre le nostre capacità genitoriali e può portarci a proiettare sui figli aspetti della relazione con il partner. Ho visto genitori incapaci di stare insieme ai loro figli o figli usati come arma contro il partner. Perché le difese, nel caso delle relazioni, hanno sempre un aspetto ambivalente e confuso. Gli affetti si mischiano e sentimenti avversati e affettivi vanno insieme generando comportamenti ambivalenti.

Vorrei poter dire che esiste una soluzione facile

Vorrei poter proporre facili via d’uscita da questo guaio. Posso solo dire che venire fuori da una relazione invischiante si può ma non è facile. Richiede qualche accortezza e molta pazienza. Ecco un elenco di attrezzi utili:

  • Non alzare il livello di aggressività è importante; diventare sempre accondiscendente è distruttivo e struttura una relazione su basi di potere che sono paradossali nel caso dell’affetto.
  • L’attenzione a quello che ci succede interiormente è fondamentale. Le nostre difese si manifestano con un senso di ottundimento e confusione. Se quando sei con quella persona ti senti confusa, non ti riconosci, hai sentimenti che non provi ordinariamente, c’è qualcosa che non va. Questi segnali sono presenti sia nelle vittime che nei carnefici che spesso non si riconoscono in quello che hanno fatto. Questo non è un articolo per donne: è un approfondimento rivolto ad uomini e donne.
  • La sopraffazione avviene sempre in due luoghi: in banca e a letto. L’indipendenza economica non è un optional. Il ricatto economico dura e perdura anche dopo la separazione: è bene essere chiari fin da subito sulla gestione economica. Dipendere in tutto e per tutto da una persona è come tagliarsi una gamba e pretendere di correre senza stampelle.
  • Qualunque gioco sessuale deve avere sempre esplicito consenso. Consenso libero. Non accettare mai la logica “per una volta…”.
  • Se nella tua relazioni usi spesso modalità reattive – attacco, fuga, freezing, tend, to be friend – vuol dire che c’è qualcosa che non va. Occupatene anche se ti sembra che tutto funzioni.
  • Usare sostanze stupefacenti o alcool aumenta l’impulsività: la tua, la sua.

Essere mindful significa accorgersi, significa avere un comportamento amichevole nei confronti di sé stessi. Significa non abusare dell’empatia o della compassione ed equilibrarle sempre con self compassion. Significa non dare niente per scontato e vivere momento per momento, accettando pienamente la catastrofe della nostra vita, per evitare che diventi una vera catastrofe.

© Nicoletta Cinotti 2020

Photo by Leonardo Sanches on Unsplash

Iscriviti alla nostra newsletter ed unisciti alla nostra comunità.

Riceverai per 7 giorni un post quotidiano di pratica.

Poi potrai scegliere se iscriverti alla rivista Con Grazia e Grinta che esce ogni Domenica oppure alla Newsletter quotidiana con spunti di pratica e link a file audio di meditazione

I tuoi dati personali saranno tutelati  nel rispetto della privacy del GDPR e non saranno diffusi ad altri.

leggi come usiamo i tuoi dati (informativa sulla privacy)

 

Vuoi ricevere

Iscrizione Completata con Successo!