In questi giorni ho seguito la vicenda di Christian Eriksen, il calciatore danese che ha avuto un arresto cardiaco durante la partita con la sua nazionale. Di tutte le cose che sono state fatte, dette, scritte mi hanno colpito soprattutto due. La prima è stata durante la partita, quando gli spettatori hanno iniziato a chiamarlo in coro, alternando tra i due spalti il nome e il cognome e un altro coro avvenuto sotto le finestre dell’ospedale in cui è ricoverato per impiantare il defibrillatore.

Anche se non si basa su nessuna evidenza scientifica credo che quel sentirsi chiamato abbia dato il suo piccolo contributo per farlo tornare. Era appena partito e tornare era ancora possibile. Credo che a tutti noi sia capitato un momento in cui “siamo tornati” perché ci siamo sentiti chiamare con affetto. Perché qualcuno, chiamandoci, ci ha fatto sentire che eravamo importanti e vivi. Sentirsi chiamare non è indifferente, come non è indifferente il nome e il modo con cui veniamo chiamati. Così, da un po’ di tempo, durante la pratica di Metta, ho inserito il mio nome. Mi chiamo con l’affetto che posso aver ricevuto e con il filo d’affetto – che non né orgoglio né sicumera – che nel tempo ho costruito nei miei confronti. Non è stato né facile né scontato uscire dall’idea che ci si può voler bene al di là dei risultati. Ci sono voluti un bel po’ di anni per convincermi che si poteva volersi bene a prescindere dalle circostanze esterne e in molti casi mi è sembrato addirittura che le circostanze esterne potessero essere un premio o una punizione rivolta a me stessa. Così chiamarmi, senza nessun scopo particolare se non ricordarmi che sono viva e in continuo cambiamento, mi sembra il modo migliore per dirmi “buongiorno”. Non è un ripiegamento narcisistico ma l’invito a quella dose di attenzione che è necessario avere nei propri confronti e che spesso è in deficit nella bilancia del dare e avere. La generosità è come un fertilizzante: chiamandoci con affetto ci invitiamo a tornare: siamo sempre in tempo a partire quando sarà il momento. Adesso è importanti farsi vivi. Chiamarsi con il nostro vero nome. A volte anche più d’uno è vero. L’importante è chiamarsi con affetto.

La realtà
sempre è di più o di meno
di quello che vogliamo. Fernando Pessoa, Il poeta è un fingitore

Pratica di mindfulness: La pratica di Metta della mattina

© Nicoletta Cinotti Mindfulness ed emozioni

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