Siamo attrezzati per affrontare la difficoltà: la nostra flessibilità, la nostra attenzione, memoria e capacità di risolvere i problemi ci offrono modi e strategie per affrontarle. Ciò che produce un danno, nella nostra vita, non sono le difficoltà pratiche o emotive. È il nostro modo di rimanere connessi o di essere sconnessi dall’esperienza che ci mette in un circolo vizioso di stress e difesa.

Quando una esperienza – piacevole o spiacevole che sia – è vissuta in modo connesso tra sensazioni fisiche, sensazioni emotive e pensieri vuol dire che la sua intensità è all’interno della nostra finestra di tolleranza. Non importa quanto sia difficile, siamo in grado di affrontarla.

Quando invece ci ritroviamo a sentire qualcosa nel corpo e siamo altrove con i pensieri o con le emozioni – oppure proviamo un’emozione ma siamo sconnessi dal corpo – vuol dire che quell’esperienza è al di là della nostra finestra di tolleranza e alimenta quell’attenzione divisa che ci fa procedere con il pilota automatico o ci fa evitare l’esperienza del momento presente.

La disconnessione può prendere tante forme. La più sottile è quando proviamo qualcosa nel corpo o emotivamente e svalutiamo, con i pensieri, quello che stiamo provando. Questa disconnessione sottile è la più frequente. Ci diciamo che non  dovremmo sentir quello che sentiamo e così – quasi senza accorgercene – ci dividiamo in due: una persona che sente e un’altra che giudica ciò che sentiamo. È come se pretendessimo di correre su una gamba sola: tutto diventa faticoso e lo sforzo nasce dal fatto che rifiutiamo una parte di noi e non ne cogliamo, invece, la sua natura. Tagliamo una parte dell’intimità con noi stessi per giudicare un risultato finale che non può che essere parziale. Non perchè siamo inadeguati ma perchè abbiamo rifiutato di essere chi siamo. Ci trattiamo come se fossimo un’estraneo e, per di più, che non ci sta nemmeno tanto simpatico. Così disprezzo, senso di colpa, vergogna possono invadere il nostro panorama interiore. Ci può sembrare che siano una conseguenza di ciò che è avvenuto e, invece, sono una conseguenza del nostro giudizio su ciò che è avvenuto.

Questa disconnessione nasce dal reprimere le nostre emozioni sulla base del nostro desiderio di essere diversi da come siamo. La domanda è: ne vale davvero la pena? Vale la pena questa sottile tortura quotidiana per essere diversi da come siamo diventando così estranei a chi siamo?

La repressione passa attraverso tre stadi: il primo, nel quale viene bloccata l’espressione emotiva; il secondo in cui si sviluppa un senso di colpa che ci fa sembrare l’emozione sbagliata e il terzo nel quale la si esclude dalla coscienza. Alexander Lowen

Pratica del giorno: Grounding

© Nicoletta Cinotti 2016 Le radici della felicità

 

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