Mi capita spesso di riflettere sulla relazione che c’è tra forma e contenuto. Molte comunicazioni – corrette nel contenuto – possono venir fraintese se sono scorrette nella forma. Molti litigi – anche importanti come intensità – avvengono solo apparentemente per problemi di contenuto. In realtà quello che fa scattare la reattività è il modo con cui le cose vengono dette. Un modo che è carico di una emozione che la correttezza del contenuto nasconde. Litighiamo non sul torto o sulla ragione. Litighiamo sul modo in cui torto e ragione vengono presentati. Ci sono persone che hanno ragione l’80% delle volte sul contenuto e torto l’80% delle volte sulla forma.

Così spesso il fatto di avere ragione diventa uno scudo, una maschera dietro alla quale è facile nascondersi ma che, alla fine, non protegge per niente. A cosa serve aver avuto ragione se, alla fine, non ci permette di evitare il conflitto? E, soprattutto, perché scegliamo la strada della ragione che spesso è in contraddizione con le esigenze della relazione?

Come mai l’idea di avere ragione giustifica un modo – pessimo – di affermarla? Come mai più abbiamo ragione e più scegliamo di dirlo senza rispetto per il nostro interlocutore?

Non ho delle risposte certe e, forse, ci sono più risposte a queste domande ma una cosa posso dirla con certezza. Dietro al fatto di avere ragione nascondiamo il nostro dolore. In particolare il dolore per un’ingiustizia subita e il dolore che proviamo quando crolla l’illusione che il mondo sia un luogo giusto. È una credenza fortissima quella della giustizia. Una credenza che nasce nella nostra infanzia, quando siamo convinti che dovrebbero esserci lo stesso numero di patatine per tutti. Un numero proprio uguale, senza differenze. È una giustizia distributiva quella dell’infanzia: ci appelliamo a questa giustizia equa e indifferenziata per non sentire i morsi della gelosia.

Invece il mondo non è giusto: è come è. Pieno di cose ingiuste e immeritate, almeno all’apparenza. Pieno di significati incomprensibili. Possiamo urlare che abbiamo ragione ma questo non cambierà le cose. Le cose cambieranno quando, nella nostra voce, ci sarà anche il suono delle nostre emozioni tenere e non solo l’urlo della rabbia. Le cose cambieranno quando, nella nostra voce, ci sarà lo spazio per le emozioni dell’altro. Perché, stranamente, quando sentiamo di avere ragione, sperimentiamo anche una particolare sfumatura di solitudine. È la solitudine del confine. Per avere ragione dobbiamo rafforzare i confini contro il parere diverso dal nostro.

Invece, per dire quello che pensiamo e sentiamo, tenendo conto di forma e contenuto, abbiamo bisogno che filtri la nostra compassione, la nostra comprensione. Che filtrino tutte le emozioni che quel contenuto suscita in noi e che si apra uno spazio di silenzio per ascoltare anche le emozioni dell’altro. Che non sono ragioni inequivocabili. Tutte le ragioni possono suscitare dubbi o generare equivoci, tutte le ragioni possono essere messe in discussione. Quello che proviamo no: bello o brutto che sia è la nostra emozione. Ha diritto di esistere.

Diventare più chiaramente consapevoli delle emozioni e delle situazioni esistenziali e dello spazio in cui avvengono può aprirci a una consapevolezza ancora più panoramica. A questo punto si sviluppa un atteggiamento compassionevole, un calore. È l’atteggiamento di fondamentale accettazione di sé, pur mantenendo desta l’intelligenza critica. Chogyam Trungpa

Pratica di mindfulness. Va bene così

© Nicoletta Cinotti 2019 Verso la self compassion

Photo by Nina Grębowska on Unsplash

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